Certe volte mi sento cosí e non mi trovo…complice il buio forse…

Certe altre volte mi imbatto in frasi del genere pensando alla mia vita e mi ci rispecchio come in una pozza d’acqua…

Certe altre penso a quel “nonostante tutto” della vita e non ho voglia di pentirmi e forse solo la neuro potrebbe fare al caso mio…

Certe altre ancora vorrei sentirmi libera cosí.. ma forse anche lí solo la neuro potrebbe aiutarmi…

Invidia per tanta libertá…

Alle volte non vorrei tracciare confini nella mia vita… 

Poi torna un po’ di pace…la pace che ti impone lo sguardo quando lo posi su certe meraviglie.. complice in sole che ti scalda la pelle e il soffio del vento che dona equilibrio..

…e mi ritrovo su un prato con lo sguardo che si insinua tra i rami e le foglie di un vecchio albero a cercare i contorni del cielo…

Finisce sempre così… Tento di guardare nei miei occhi per trovare la me stessa di cui ho bisogno! Infondo ognuno ha bisogno di se stesso prima che degli altri…

“Va sempre cosí nella mia vita, alla fine mi ritrovo sempre su una spiaggia a lottare contro i miei demoni, forse perché il mare (oggi il lago) é un elemento fondamentale della mia esistenza.” Devo averla giá scritto altrove questa cosa..

Jojò la scibacchina 

Immagine  —  Pubblicato: 11 settembre 2016 in Diario di un viaggio culturale

Oggi mi concedo l’occasione di essere felice!

Oggi mi concedo l’occasione di sorridere nonostante tutto. Un tutto ripetitivo e insistente. 

Un tutto fatto di noia e cattiveria che pochi comprendendo e per fortuna pochi giudicano lontano dalle mie orecchie.

Oggi mi concedo l’occasione di toccare con il cuore un pezzo di vita che mi concede ancora la voglia di guardare avanti nonostante quel tutto ripetitivo e insistente.

Oggi quel tutto deve andare a farsi fottere perchè non si deve concedere alla cattiveria di sottrarti il sorriso che può esserti regalato da tante cose. Dall’abbraccio di due splendidi nipotini che dopo 10 giorni tornano felici dalle loro mamme, ma nonostante tutto, ti lasciamo impressa sulla pelle l’impronta del loro miracoloso abbraccio. 

Oggi quel tutto deve andare a farsi fottere perchè anche se l’immagine del mio post raffigura una sedia e 3 dischi, quelli per me non sono solo una sedia di legno e 3vinili!

Sono il passato splendido e speciale che si riaffaccia al mio presente e si mescolano in un’unica meravigliosa sensazione di benessere! 

Ogni giorno la vita va un po’ così: bene, benino, alla meno peggio.. però va e io oggi scelgo di farla andare bene perchè quel tutto in questo istante si è fottuto da solo!

Tante belle cose!!

Immagine  —  Pubblicato: 4 settembre 2016 in Senza categoria
Tag:

Mi sorge una domanda da sempre e quasi mai sono riuscita a darmi una risposta. 

Una risposta in veritá ce l’avevo e ce l’ho ma ho sempre pensato che si trattasse di una di quelle risposte troppo pensate.. troppo.. e le persone alle quali mi riferisco, potessero essere meglio di così. 

L’accettazione è una brutta bestia!

Ma la bestia ha lasciato che Belle le scaldasse il cuore, allora io oggi, accolgo la Bestia come portatrice di veritá e serenità.

Non importa quanto grande sei, quanta veritá ci sia all’anagrafe… Ognuno conosce le proprie “verità”, magari restano le stesse a 10-15-20-30 annii e questi esseri umani funzionano per modalità on\off\anche io……. modalità che levano l’ascolto! …. Oggi è la stessa modalità di sempre!! …“Ti prendo per fesso”.. 

Buon 32 agosto a tutti!!!

Video  —  Pubblicato: 2 settembre 2016 in Senza categoria


Non credere in quello che i tuoi occhi vedono, almeno fai in modo che non sia l’ unico modo per dare atto alla conoscenza di crescere.

Non ho mai visto un drago ma questo non significa che da qualche parte non c’è ne sia uno capace di essere invisibile ai nostri occhi.

Almeno questo è quello che racconta la storia di Elliot. 

È arrivato il momento di guardare alla vita in maniera diversa, non piú nell’unica che sia capace di farti aumentare la possibilità di sbagliare.

Ricominciamo da oggi è mai più da ieri. 

Ieri è stato, oggi è e domani, sará tutto ciò che avrò voglia di vedere.

Ti saluto agosto!!

Immagine  —  Pubblicato: 31 agosto 2016 in Senza categoria

Giro girotondo

Pubblicato: 22 luglio 2016 in Senza categoria


“Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle e cose e sulla gente!” Oggi mi suona così!!!

Cambio idea continuamente e suppongo..perchè mi piace supporre… che siano in tanti a farlo! Per cui la cosa mi preoccupa poco!!!

la vita è un girotondo ma non è che sempre il mondo è bello! 

E allora oggi me ne vado al mare. 

“Perchè quando capisci che il marmo morirà marmo, smetterai di chiedergli di essere altro. Comincerai a essere tu, altro.”

Rubo questa citazione dal blog di un’amichetta un sacco forte!! E mi prendo anche il lusso di un consiglio per  chi passa da queste parti, leggete qualcosa anche sul blog della Robin!! 😉

 

 

Ce la posso fare

Pubblicato: 11 luglio 2016 in Senza categoria

Domani lo faccio, si devo farlo. Che poi mi va un casino di farlo.

Oggi non ce la faccio, che palle il computer è lento da morire, giá, dovrei ricomprarlo. Uscendo dal lavoro ho visto un cartellone di expert con un’offerta allettante, ora lo vado a comprare.

Intanto però uso l’ipad, certo sto stronzo si impalla. E poi a dire il vero non mi ci sono mai trovata granchè a scrivere. Dovrei fare un salto alla Apple. Devo prendere un appuntamento con il genius bar, se mi presento a buffo sono capaci di rimandarmi al mittente. Che palle sono stanca morta. Questi dolori alla cervicale non mi mollano più. Mi hanno sfinito, tanto da provocarmi qualche attacco di panico.Ci mancava l’ansia e che cazzo!

Forse sto un po’ meglio, potrei organizzare la mia festa di compleanno ma anche no, sto di nuovo una pezza, ci mancava l’herpes. E che non me la do una toccatina al seno per capire se va tutto bene. La prevenzione è importante!

Cazzo sento un nodulo al  seno sinistro. Un periodo nero può solo continuare ad essere nero. Vado dal dottore,cazzo ho una paura fottuta. Però magari aspetto e passa, no dai sono una scema se aspetto,ci vado. Ecco lo sapevo mammografia ed eco da fare e pure senza dormirci troppo su. Ce la posso fare,no non sono forte ma devo farcela. Risultato esami: sono salva! Niente di grave. Semplici cisti. Più di una ma comunque pericolo scampato.

Quasi quasi cambio casa. si è liberato un bel appartamentino nel mio stabile, ha un bel giardino e magari Filippo (il mio boxer) di un anno apprezzerá.

Via al trasloco,ma la mansarda dove vivo è di mia proprietá e la devo affittare. Un altro start agli appuntamenti per affittarla!

Mi sento letteralmente sfinita. Quasi quasi me ne vado a Lisbona.

Oggi è 11 luglio, il trasloco è fatto, Filippo sembra felice, mansarda affittata e panico sotto controllo. Ho solo una grande voglia di scrivere sul mio blog. Devo tenere a bada solo il caldo mentre lo faccio.

Ora che l’ho fatto mi sento una regina che torna in possesso del proprio scettro. Anche se scrivo da un cellulare che mi da sui nervi perchè perderebbe qualunque sfida, anche con un millepiedi. Anche se non sono mai andata da expert e nè tanto meno a prendere un caffè con quelli del genius bar.

Nonostante tutto adoro stare qui.

 

Diritti ci-vili

Pubblicato: 24 febbraio 2016 in Senza categoria

image

Se la tua opinione nega un diritto é discriminazione!
Se la tua opinione non é supportata da corrette e sensate, nonché provate giustificazioni, crea indottrinamento!
Ne più ne meno di quello che fa la chiesa!

Questa é la mia opinione!

https://www.facebook.com/events/132052830516387/

Chiedo perdono alla pastorizia perché con la mia condotta ho umiliato la reputazione della pecora nera.

Un’anima colorata

Pubblicato: 17 febbraio 2016 in Senza categoria

image

Ho pensato spesso in questi giorni di scrivere qualcosa riguardo al ddl Cirinná, ma poi l’attesa di una svolta epocale mi ha trattenuto dal farlo. Solo ed esclusivamente perché aspettavo che questo paese tirasse fuori una capacitá di inclusione e rispetto di ogni singola persona. Mi sbagliavo, oh per l amor del cielo, non che io avessi dubbi sullo schifo che aleggia su questa nostra nazione bigotta e sottomessa al vaticano, ma ci sono volte che bisogna dar fiducia al prossimo prima di inciampare in un’anarchia che se davvero appartenesse a tanti potrebbe fare la differenza in un paese di merda come l’italia, che anche per scoreggiare ti impone una tassa.
Ma andiamo oltre, passiamo sopra al ddl Cirinnà,  continuiamo a cibarci di disinformazione,  lasciamo che la chiesa interferisca in cose che non dovrebbe, festeggiamo la famiglia quella vera, quella di mamma e papá, quella di mamma e papá che per i cazzi loro magari sei finito in casa famiglia, quella di mamma e papá che per i cazzi loro magari sei morto e ancora oggi ti usano come una pallina da ping pong e rimbalzi a destra e sinistra e nessuno ti dirà mai se ti ha ucciso mamma o forse nonno che aveva una relazione con mamma. Certamente i benpensanti sottolineranno che queste sono eccezioni… che un figlio per crescere ha bisogno di un papá e una mamma.. e se tenti di avere una spiegazione logica e plaausibile neanche riesci ad averla perché in fondo neanche loro ce l’hanno. E va bene lasciamo che si vada avanti così. Questa é la cultura di tanti ma mi permetto di dire che fortunatamente oggi quel “tanti”non é più di quel TANTI che come me pensano e credono fortemente in una societá di inclusione, di diritti e doveri per tutti.
Probabilmente oggi diranno no alle unioni civili (spero di sbagliarmi), continueranno a fare i loro sporchi giochi politici..  ma avranno perso l’occasione di essere civili!
Utopia di un paese corrotto!

Buona giornata ai pochi ma buoni!

Chiedo perdono alla pastorizia perché con la mia condotta ho umiliato la reputazione della pecora nera.

IMG_0134

Il nome giusto

Così era stato fino a quel momento, Livia mi parlava e io ascoltavo. Avevo imparato, nella discrezione, a darle qualche consiglio, in fondo il nostro era diventato un rapporto profondo. Una bella amicizia. Fu durante uno degli ultimi nostri aperitivi che Livia mi raccontò qualcosa che riguardava lei e solo lei.

“Sai Viola, di me ti ho detto molto e spero di non averti annoiato, ma c’è qualcosa che non ti ho mai detto e che invece mi farebbe piacere raccontarti. Ti ho parlato del mio malumore dopo la morte di mio padre, ma non ti ho detto una cosa importante: probabilmente stavo male già da prima, anzi, stavo male da prima. La morte di mio padre ha solo peggiorato la situazione.”

Cominciò a parlarmi e stavolta evitai qualunque interruzione, Livia, la ragazza dell’incontro-scontro in bicicletta mi apriva una parte di sé sigillata per bene e alla quale nessuno, a parte lei, aveva mai avuto accesso. Anche quando le cose avevano trovato una dimensione adeguata e un equilibrio, Livia sentiva che però qualcosa dentro di lei non funzionava. Quando si ritrovava da sola, faceva fatica a riconoscersi allo specchio. Faticava ad accettare qualcosa di quel corpo che agli occhi degli altri invece era perfetto. Ammise di essersi resa conto che ci fu un momento in cui perse il controllo della sua vita, nonostante ci fosse profumo di benessere nell’aria. Mentre mi parlava, avevo come la sensazione di averlo saputo da sempre quello che stava tentando di dirmi. Mi resi conto di averlo pensato una delle prime volte. Continuò a raccontarmi, ormai davvero senza più tralasciare nulla.

“Forse senza neanche rendermene conto, ho iniziato a mangiare sempre di meno e a vomitare quel poco che ingerivo. Credo che nessuno si accorse di nulla. Forse sono stata brava a non darlo a vedere, o magari chissà, nessuno ha voluto vedere. Sentivo come la necessità di tirare fuori tanto, ma l’unica cosa che riuscivo a cacciare via era il cibo. Avevo bisogno d’aiuto, ora me ne rendo conto, ma ai tempi stavo con una persona e credevo che il suo amore potesse bastarmi. Ovviamente mi sbagliavo. Ho continuato per un po’ a vivere, tentando di far finta che tutto procedesse per il meglio. Facevo la mamma e la compagna, sempre con estrema attenzione e passione, ma le cose avevano preso ormai una piega non più gestibile e avevo perso davvero molto peso.”

Mente Livia continuava a raccontare notai quanto sottolineasse spesso che nessuno si rendeva conto di quale dramma stesse vivendo. Il fatto che gli altri non vedessero, portava Livia a credere di avere in qualche modo creato un equilibrio, ma sapeva quanto semplice fosse ricadere da quel filo.

“Però sapevo di dover uscire da quel tunnel, almeno per Edoardo. Di una cosa avevo piena consapevolezza e forse è stato questo che mi ha tenuto a galla, non volevo diventare con Edoardo quello che mia madre era stata per me. Non so da dove mi venne quella forza, ma smisi di vomitare. Mi rendevo conto che il confine con le mie debolezze era davvero molto sottile, ma per mio figlio dovetti fare almeno un tentativo.”

Non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando, avevo davanti una donna consapevole di come quel filo sul quale camminasse, fosse estremamente sottile. Mi parlò ancora e mi disse:

“Viola, credo di poter affermare che tu conosci di me pensieri detti e non detti, emozioni… insomma questo è uno di quei momenti in cui dovrei chiederti di fare un patto di fratellanza con il sangue per suggellare quest’amicizia.”

Scoppiò a ridere, abbandonandosi all’indietro contro lo schienale della sedia. La guardai ridere e mi accorsi di quanto fosse bella e di quanto quel viso in effetti portasse i segni del male che si era fatta. Non ebbi voglia di replicare e mi lasciai travolgere anch’io da quel silenzio che si era creato. Non sempre le parole hanno l’obbligo di riempire certi silenzi. Godemmo di quella pace e fu di una naturalezza unica.

La ragazza del bar ci riportò alla realtà portandoci il conto e, guardando Livia, le dissi: “Sei davvero una brava mamma e credo che tu non abbia neanche bisogno di sentirtelo dire, ma prova a non dimenticare di essere anche una donna e prenditi cura di te.” Non aggiunsi nient’altro. Era chiaro che quella donna vivesse la sua vita consapevole di ogni istante che trascorreva. Sotto quella corazza si celava una sognatrice, che aveva smesso di sognare troppo presto. Credo che fosse proprio quello che Livia doveva provare a combattere. Invece le sue giornate trascorrevano un po’ tutte allo stesso modo e, a guardarla da fuori, si aveva la percezione di una donna totalmente travolta da un’inerzia che le impediva di reagire. Era sempre più facile rimandare che provare a fare delle cose, qualsiasi cosa. Si occupava della casa, come se quella fosse l’occupazione per la vita e forse, nonostante tutto, non riusciva a pensare al futuro. Avrebbe dovuto. Fu con questo racconto che si concluse una delle nostre ultime chiacchierate, prima della mia partenza. Il giorno del rientro a casa, però, era arrivato. Di posti incantevoli quella terra era piena e, grazie a Livia e a Edoardo, in quei giorni ebbi la fortuna di vederne molti. Era arrivato il momento dei saluti e fu davvero difficile lasciare quella famiglia cosi speciale: Livia, Edoardo, nonno Italo, mi avevano dato così tanto che credo si possa far fatica a comprendere. Una terra speciale raccontata e vissuta da persone che erano entrate un po’ per caso nella mia vita, ma che avevano saputo occuparne un pezzo davvero importante. Quella mattina Edoardo non andò neanche a scuola, passammo quelle ultime ore un po’ come ci venne; nessuno di noi riusciva però a mostrare più l’allegria dei giorni passati. L’ora di andare, per quanto l’avessimo scacciata, arrivò. Il tempo scorre e in alcuni momenti ti sembra scorrere più veloce del solito. Comanda lui e tu non puoi farci nulla. Fu difficile salutare Edoardo: quel bimbo che aveva saputo rubarmi il cuore, si mise a piangere e fu davvero faticoso separarmi da lui. Lo abbracciai e gli promisi che non sarebbe finita lì e che sarei tornata, per imparare l’apnea in acqua.

Livia sorrise di quella frase e disse: “Beh, devi tornare! Ti ho insegnato a restare in apnea in cielo, ora bisognerà fartela sperimentare in mare.”

Era proprio ora di andare. Dovevo prendere un autobus che mi avrebbe portato in aeroporto e chiesi a Livia di non accompagnarmi, non amo molto i saluti e per quel giorno erano già stati troppi. Ci separammo e mi ritrovai seduta su una di quelle poltroncine rivestite da un velluto che aveva ormai l’odore del mondo, un autobus visibilmente datato, probabilmente a breve avrebbe avuto anche l’iscrizione come veicolo d’epoca. Erano decisamente scomode quelle sedute, ma questo non spostò i miei pensieri da Livia. Ero rimasta parecchio colpita dal suo ultimo racconto, ne aveva passate tante, ma quel suo malessere mi sembrava come se fosse ancora lì. Avevo come la netta sensazione che fosse solo nascosto da cumuli di cenere. Quel problema aveva un nome pensavo e solo in quel momento mi resi conto che mai una volta nelle nostre conversazioni, Livia l’aveva chiamato per nome. Che avesse paura di farlo? Questi pensieri mi riempirono il cuore di tristezza. Intanto quella vecchia corriera era arrivata nei pressi dell’aeroporto. Scesi, presi la mia valigia e mi incamminai all’interno.

La sua piccola vita

Odio il momento in cui bisogna passare al metal detector per accedere ai gate, soprattutto d’inverno. Bisogna levarsi cappotto, cappello, sciarpa, cintura, orologio, telefono fuori dalla borsa, computer se ne porti uno, scarpe se hanno parti metalliche. Ho imparato negli anni a indossare scarpe da tennis per evitare quel momento che io trovo alquanto imbarazzante, ma tutto il resto finisco per farlo anch’io perché, insomma, non si tratta di cose facilmente sostituibili o addirittura da lasciare a casa. Ma poi, mi chiedo, dopo tutto quest’accurato controllo non si sa perché ciò che non deve passare passa. Eppure io, per amore della legalità, continuerò a spogliarmi. Finalmente all’imbarco. Mancano meno di due ore al mio volo. Mi siedo e con lo sguardo mi rendo conto di riuscire ad abbracciare tutto l’aeroporto. Mi sento al sicuro e i pensieri delle prime volte sono gli stessi: tutto estremamente a portata di mano. Tiro fuori il mio telefono e scrivo su internet la parola anoressia. La mia ricerca è così tanto generica che mi escono fuori migliaia di pagine. Non so cosa cercare, non so quale aprire. Ne apro una a caso: «L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione…»

Penso a Livia e alla sua incapacità di chiamare quel problema per nome. Sarà stato un caso forse? Cerco di rimettere insieme i pezzi delle nostre chiacchierate, alla ricerca di una spiegazione, ma non ho appigli. La convinzione che lei non sia stata in grado di dare un nome al suo problema è sempre più forte. Penso ai nostri pranzi e alle sue mini-porzioni, tutto mi diviene più chiaro e ogni tassello prende il suo posto. Avevo avuto già la sensazione che Livia a volte mangiasse non per il gusto di farlo ma per evitare che le venissero fatte troppe domande. Così era stato. Mi era capitato di prenderla in giro o di chiederle spiegazioni sul perché i nostri piatti abbondassero e il suo invece fosse sempre così scarno. Mi rispondeva sempre un po’ allo stesso modo, dicendomi di non avere tanta fame. Livia era in grado di passare anche un’intera giornata senza mettere niente in bocca. Provai senso di colpa. Ce l’avevo davanti e non avevo capito quello che accadeva quotidianamente a quella ragazza. Prima che io partissi, ne parlammo ancora e lei aveva più volte sottolineato di aver superato quel malessere. Diceva di aver smesso di vomitare ormai da tempo. Probabilmente era tutto vero, ma la mia paura più grande è che la cosa non fosse mai del tutto passata. Avevo il timore che tutto potesse procedere per il meglio, almeno fino a quando nient’altro di negativo le fosse accaduto nella vita. I battiti del mio cuore aumentano, le mie mani iniziano a sudare, come chi fa una scoperta inaspettata. E’ così che mi sento. Ora ne sono convinta: Livia, in fondo, non ha mai superato completamente questo problema. Probabilmente l’illusione di esserci riuscita la tiene ancora in equilibrio. Forse questa potrebbe considerarsi come una strategia di sopravvivenza accettabile, ma quanto sarebbe potuta durare? Ebbi l’impulso di mollare quell’aereo e di tornare da lei e parlarle, come non ero riuscita a fare quell’ultima sera. Ma la realtà riprese il sopravvento su quei pensieri e dovetti rendermi conto che non ero io la persona adatta o capace di salvarla. L’amore, l’affetto per una persona non può sempre risultare come la soluzione ad un problema o addirittura bastare. Questo di certo aveva l’esigenza di essere affrontato anche con persone competenti del campo. Mi sentivo dannatamente triste e impotente. Era una sensazione deprimente e mi faceva rabbia. Qualcuno una volta mi aveva detto che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, non so però se questo fosse il caso di Livia. Dovevo forse accettare l’idea che si aiuta chi per primo tenta di aiutarsi da solo? Riuscivo solo a farmi mille domande e tutte senza nessuna degna risposta. Chi ero io? Una brava ascoltatrice incapace di dare le giuste risposte? Non ero in grado di farlo con me, come potevo pretendere di uscire dal quell’aeroporto e andare a parlare con Livia? Cosa avrei mai potuto dirle, per convincerla che a trent’anni non si deve sopravvivere, ma vivere? Non ero nessuno e questo mi logorava. Annunciarono il mio imbarco. Se avessi preso quell’aereo, nel giro di un’ora sarei stata lontana dal quel problema centinaia di chilometri. Sarei ritornata alla mia vita, alla mia quotidianità. Se l’avessi fatto quanto grande sarebbe stato il mio egoismo? Se fossi tornata da Livia, cosa avrei mai potuto fare di buono? Domande su domande e risposte che tardavano ad arrivare. In quell’istante odiai ancora di più lo scorrere del tempo. Non mi lasciava spazio per riflettere. Mi vennero alla mente alcune delle sue parole… «Ho bisogno di essere amata.» Mi alzai e mi misi in fila per l’imbarco, lo feci senza pensare. Diedi la mia carta d’imbarco e i miei documenti all’hostess e attraversai quella porta. Camminai lungo quel tunnel collegato all’aereo mobile. Livia probabilmente cercava l’amore, cercava nell’amore la capacità di rimanere in equilibrio su quella corda tesa che è la vita. Riponeva nell’amore la fiducia di restare in piedi, nonostante tutto. Sprofondai pesantemente nel mio posto e allacciai la cintura. Pochi minuti più tardi, quell’aereo si staccò dal suolo e prese il volo. Io intanto cominciai a mettere in atto i suoi consigli per evitare che le mie orecchie iniziassero a scoppiettare, mentre quella città diventava sempre più piccola e quel lembo di terra cominciò ad assomigliare a una lingua stesa nel mare. Livia era laggiù, con i suoi problemi e con quella grande voglia di non cadere mai più. Io quel grande desiderio l’avevo visto ed avevo pensato che fosse uno dei suoi più grandi pregi. Un altro pezzo di vita mia finiva quel giorno, pensai.

Funambola

 

Ce l’avevo fatta a riaprire quel quaderno e a leggere quella storia. Ripensai a lei e la immaginai di ritorno da un’uscita lunga una notte. La immagino mentre adagia il suo mento sul finestrino della macchina e si lascia trasportare da un orizzonte infinito. Quell’orizzonte testimone di tanti momenti, che in fondo quell’esistenza l’hanno segnata, ma che l’hanno resa anche la splendida persona che io ho conosciuto. Torna a casa e si dirige verso il letto, in un’ora che andrebbe vissuta e non persa con il sonno. Vedo la sua camera ormai inondata dai raggi del sole, che scrutano i suoi pensieri. Quella stanza è ormai piena di luce, la vedo come il contenitore di tanti pezzi di vita, la sua vita. Non sono più tanto convinta che non sia realmente come dice Livia, in fondo anch’io mi sento come se avessi vissuto tanti pezzi di vita. Ognuno, probabilmente con una faccia diversa, ma pur sempre con la stessa anima. Le lancette dell’orologio scandiscono il tempo che se ne va e non ritornerà più, proprio come quel pezzo di vita che Livia mi ha regalato e mai più sarà come è stato. I miei pensieri sono ancora qui che cercano una dimensione e un coraggio che forse non troverò mai, per come me lo sono sempre immaginato. Forse quando quel momento arriverà, mi toccherà portarmi dietro il rimpianto di non aver affrontato prima tutto questo. Per ora chiedo venia al tempo e aspetto che arrivi quel momento.

 

..fine… Jojò

Leggendo Funambola…parte 4

Pubblicato: 4 febbraio 2016 in Leggendo Funambola
DSCI0039

Come una funambola

 

Di nuovo giù dal filo

Quella sera, dopo che Edo andò a dormire, Livia mi offrì un bicchiere di vino e, sedute comodamente sul nuovo divano, cominciammo a chiacchierare. Mi raccontò ancora di suo padre. Notai una Livia diversa quella sera, quel sorriso venne velato da una brutta malinconia e mi resi conto, mentre parlava, che ne aveva un forte bisogno e probabilmente era la prima volta che si apriva così tanto. Mi raccontò della separazione dei suoi genitori e di quando suo padre, tornato, si era rifatto una vita con un’altra donna. Lei aveva un buon rapporto con entrambi e di questo era molto contenta. Sua madre continuava la sua vita un po’ confusa, ma le intromissioni nella vita di Livia ormai si erano ridotte notevolmente e questo non poteva che farle bene. Gli ultimi anni, in qualche modo, erano trascorsi in maniera serena, ma c’era sempre qualcosa che, di tanto in tanto, disturbava quella quiete. La madre, come sottolineava Livia. Non sapeva chiamarla in nessun altro modo, diceva. Lei che ormai mamma lo era da dieci anni, si rifiutava di credere che mamma si potesse essere anche come la sua lo era stata con lei. Forse il vizio dell’alcol, forse un carattere che non aiutava, questa donna tentava a volte delle intromissioni, che mandavano Livia su tutte le furie. Ci fu una pausa di silenzio. Livia interruppe il suo racconto e iniziò a prepararsi una sigaretta con il tabacco. Tentai di replicare in qualche modo, ma certi racconti fatti con la rabbia mi creavano più momenti di riflessione che momenti di replica. Era evidente come la sua rabbia negli anni non si fosse acquietata. Doveva aver sofferto molto, povera ragazza.

“Viola sai com’ è morto mio padre?”

Mi prese alla sprovvista con quella domanda e mi gelò il sangue nelle vene.

“In verità Livia, lo so… l’ho letto su internet.”

“Già, su internet ci sono diversi articoli che ne parlano, ma quegli articoli non raccontano tutto. E’ successo circa un anno fa, di sabato sera.”

Sarebbe dovuta uscire con i suoi amici, ma da un paio di giorni sentiva dentro di sé una strana inquietudine. Cercava di ricacciarla come meglio poteva. Quella sera preferì restarsene a casa.

“Credo fosse giovedì, quando mi arrivò una telefonata di mio padre. Parlammo come al solito, ma poi ci salutammo in modo strano. Devi sapere che papà, anche dopo la separazione, ancora non riusciva a liberarsi di quella donna che è mia madre e credo che ci fossero momenti in cui addirittura la temeva. Insomma, tornando alla telefonata, papà concluse chiedendomi scusa se negli anni della separazione lui era stato lontano, ma mi amava più della sua stessa vita mi disse e io non dovevo dimenticarlo. Capisci Viola? Questa è l’ultima telefonata di mio padre. E’ stata l’ultima volta che l’ho sentito prima di quella maledettissima notte.”

Livia fece una pausa e si riempì il bicchiere. La lasciai continuare. Decise di restare a casa quella sera e, poco prima di mezzanotte, se ne andò a letto. Ricordò di aver fatto un sogno strano, agitato, si trovava nel letto e accanto a lei suo padre. Non ricordava nient’altro, solo che ad un tratto il telefono iniziò a squillare.

“Mi alzai e andai a rispondere. Non è che capii molto all’inizio, mi ricordo solo che qualcuno dall’altra parte del telefono urlava: ‘E’ morto è morto’. Era mia madre che riusciva solo a urlare quella parola e fu capace di aggiungere che dovevo correre lì, perché papà era morto e stava là, a terra. Non mi disse nient’altro. Non puoi immaginare il mio stato d’animo. Andai in camera, mi misi addosso qualcosa e ricordo di essere uscita per strada. Non è che avessi capito dove dovevo andare, mi sentivo imbambolata e camminavo. Udivo non lontano da me delle sirene, però credo di non essere stata più molto cosciente. Ricordo che mi squillò il telefono, era mio cugino che mi chiedeva dove fossi. Non ero in grado di spiegarlo. Non capivo più davvero nulla. Alla fine ci sono arrivata da sola sul luogo dell’incidente, un po’ mi ci sono trovata. C’era un sacco di gente e ricordo che il lampeggiante dell’ambulanza mi abbagliò tremendamente. Feci per girarmi e vidi a terra un corpo. Era papà.”

Dopo il buio e basta. Si risvegliò tra le braccia di un uomo, forse un amico di suo padre. E, in piedi davanti a lei, con indosso già l’abito da vedova… sua madre. Ancora una volta quella donna imponeva la sua presenza, in un luogo che non la meritava affatto.

“Viola, ti rendi conto? Mia madre, aveva già iniziato a fare la vedova; non mi si è avvicinata, non si è presa cura di me. Mi ha lasciato lì, senza neanche dirmi una parola. Quella notte ho perso mio padre. Mio padre aveva perso la vita in un incidente stradale.”

Livia concluse così quel racconto. Ne rimasi colpita nel profondo. Non potevo non notare quanta rabbia si percepisse nelle sue parole. Era tanto arrabbiata e non faceva nulla per nasconderlo. Come darle torto?

“Livia ma perché tuo padre correva?”

“Non lo so Viola, io conoscevo mio padre. Non amava la velocità, io almeno non l’ho mai visto correre in macchina, per cui spero davvero che, in qualche modo, prima o poi si possa venire a capo di questa cosa. Questo pensiero mi perseguita da quella notte, ma purtroppo ancora non abbiamo delle risposte.”

Non riuscivo a smettere di pensarci: suo padre, l’uomo lumaca della strada, aveva perso la vita a causa della velocità. Era chiaro quanto tutta questa storia l’avesse segnata profondamente. Mi raccontò quanto i giorni e i mesi seguenti fossero stati difficili. Non riusciva più a dormire e, quelle poche volte che si addormentava, riviveva quella notte di panico e la scena dell’incidente. L’unica cosa che le lasciava ancora mantenere i contatti con la realtà era l’amore che aveva per Edo. Mi raccontò di come le giornate, dopo quella tragedia, trascorrevano lente e silenziose. Stava male Livia, di giorno si occupava di Edo, lo aiutava nei compiti, giocava e sorrideva insieme a lui, ma di notte, quando si ritrovava da sola in quella stanza, piangeva. Quella stanza era diventato il contenitore di tutte le piú brutte emozioni di Livia.

“Sai Viola quando ho ripreso ad uscire? E soprattutto come? Una mattina mi si presenta mia zia a casa con una bicicletta, quella del nostro incontro.”

“Ma dai Livia, questa è una cosa bellissima.”

“Sì vero e non sai quanto oggi io sia affezionata a quella bicicletta.”

Pensai quanto poco in fondo potesse bastare per far stare bene quella ragazza. Mi venne in mente quella donna che era sua madre e mi fece non poca rabbia. Come si può non provare a proteggere un figlio? Quella che Livia mi aveva raccontato era una di quelle tragedie  che si spera di non provare mai nella vita e quella donna non si era piegata neanche davanti a tutto questo dolore! Provai un grande senso di tenerezza. Mi ripiombarono addosso i miei pensieri e mi sentii in colpa per aver continuato a credere, per anni, che le mie scelte in qualche modo dovevano restare mie e che non era necessario condividerle con la mia famiglia. Pensai a mia madre e feci fatica a farmi ritornare alla mente momenti di litigi o incomprensioni. Non ce n’erano mai stati in fondo, non più di quelli che sono soliti essere presenti all’interno di una famiglia, come tante. Mio padre, un uomo sicuramente molto rigido ma profondamente sensibile, lui lo sapeva dire ti voglio bene, a differenza di me. La tensione sulle mie spalle si fece più pesante e tentai di non pensarci. Feci di tutto per distrarmi, giocherellai con il telefono, ma niente. Non riuscivo a non sentirmi in colpa. Io li avevo condannati e giudicati senza dare loro l’opportunità di appellarsi ai loro pregi, alla loro immensa sensibilità. In fondo, nonostante tutto, non riuscivo a figurarmi quel momento, il momento in cui, trovandomi davanti a loro, avrei dovuto dire: “Mamma, papà, sono io, sono sempre la stessa bambina che avete cresciuto. Sono la donna di cui oggi voi siete orgogliosi… mamma, papà, io…” Il buio, non riuscivo neanche a pronunciarla da sola quella frase. Pensai a Livia e mi resi conto di quanto dovevo ritenermi fortunata, ma, nonostante tutto, non ce la facevo proprio a terminare quella benedettissima frase. Intanto anche Livia stava lì, immersa nei suoi pensieri. Guardammo l’orologio e ci stupimmo nel capire che avevamo fatto notte a chiacchierare. Andammo a letto e mi fece piacere notare quanto Livia si fosse distesa dopo avermi raccontato di quella notte e dei giorni seguenti. Non riuscii ad addormentarmi subito, pensavo a quel papà così giovane e così vivo. Pensavo al suo terribile destino causato da chi o da cosa. Mi addormentai.

 

Pescefescio

Avevo puntato la sveglia quella notte e, intorno alle sette, iniziò a suonare. Feci fatica ad alzarmi ed abbandonare quel tepore sotto le coperte, ma avevo voglia di accompagnare Edo a scuola insieme a Livia. Si stupirono entrambi quando mi videro in piedi e già pronta di tutto punto. Uscimmo di casa e ci dirigemmo verso scuola. Non era la prima volta che mi ritrovavo davanti a scuola di Edoardo, ma quella mattina, più del solito, notai con quanta discrezione Livia accompagnava quell’ometto a scuola, il modo in cui da fuori il cancello, con lo sguardo lo seguiva all’interno della scuola. Era diversa dalle altre mamme, alcune con le macchine in doppia fila a creare il panico, altre davanti alle porte di scuola intente a scambiarsi chiacchiere, nell’attesa che la campanella suonasse. Livia no, sceglieva puntualmente sempre lo stesso posto e, in disparte, aspettava. Appena Edo usciva da scuola e trovava la sua mamma, le porgeva lo zaino che, buffamente, risultava più grande di lei. Lo portava su una sola spalla la sua mamma, durante il tragitto che facevano per tornare a casa. Quella mattina, dopo aver lasciato Edo a scuola, prendemmo la macchina del nonno e accompagnai Livia a comprare un pesciolino. Aveva quest’abitudine lei, un nuovo pesciolino diventava membro della famiglia quando accadevano degli avvenimenti speciali. La nostra amicizia pare fosse uno di quelli ed ebbi l’onore di aiutarla a scegliere il nuovo membro dell’acquario: Pescefescio! Ci facemmo un sacco di risate quando decidemmo il nome di quel pesce: era tutto maculato, una livrea bianca e nera che ci fece pensare a qualcosa di fashion, da lì il nome Pescefescio. Livia era davvero una persona speciale e piena di qualità, ma allo stesso tempo risultava essere così ermetica, che ci misi un po’ a cogliere le sue notevoli capacità. Era molto brava a disegnare, era un’eccellente cuoca, lavorava con le mani diversi oggetti, incideva il legno, un portento di capacità, ma tutte estremamente sigillate dentro di lei. Non mi piaceva quello che vedevo, non mi sembrava giusto per lo meno. Gli aspetti crudeli del suo destino l’avevano probabilmente cambiata nel tempo e, forse, l’avevano resa ormai succube del corso degli eventi. Non smuoveva un sassolino Livia per se stessa. Fu interessante scoprire che il papà di Livia, oltre ad abile fotografo, fosse anche un bravo pittore.

“Livia hai molto di tuo padre.”

Glielo dissi un giorno, mentre mi mostrava alcuni suoi quadri. Era davvero così: dal sorriso identico all’amore per l’arte, per il mare.

“Devi osare di più secondo me, devi credere di più nelle tue pontenzialità e da qualcosa devi ripartire, non come mamma, ma come donna.”

Durante una delle nostre tante chiacchierate, fu il primo consiglio che dispensai a Livia. L’avevo molto ascoltata e osservata nel tempo e quelle parole mi uscirono con una tale spontaneità che la cosa stupì anche me. La risposta di Livia invece non mi stupì molto, sentii uscire dalla sua bocca un lieve «lo so». Era chiaro che non fosse pronta per rialzarsi da quell’ennesima caduta, per lo meno non lo era ancora totalmente. Livia alternava momenti di grande malinconia a momenti di allegria e quando quel sorriso arrivava, sapeva come contagiarti. Si dilettava con la cucina ed era un piacere assaggiare e giudicare i suoi piatti. Sulla scelta del vino, però, lasciava sempre scegliere me. Quando andavamo a fare la spesa, Livia mi lasciava davanti agli scaffali del vino e lei intanto andava avanti col carrello. Tornava a prendermi quando c’era da raggiungere la cassa e, puntualmente, mi ritrovava eternamente indecisa senza nessuna bottiglia in mano. Finivo per scegliere di corsa sempre lo stesso bianco. Notando la mia sveltezza nello scegliere, ma soprattutto la varietà della scelta finale, un giorno Livia decise di farmi assaggiare un vino aromatizzato alla mandorla. Non è che io abbia un buon rapporto di gusto con le cose estremamente dolci, ma si ostinava a ripetermi che avrei dovuto invece provare, garantiva lei per quella bottiglia. Cedetti alle risate di Livia ed Edoardo e portai alla bocca quel nettare. Degustai buffamente, mentre intanto loro mi guardavano, come se davanti avessero avuto un giudice… sentenziai:

“Livia, ma questo è un connubio perfetto. Uno sposalizio di gusti.”

Cercai di pronunciare quella frase mantenendo un certo tono di voce, ma il tentativo durò pochissimo e scoppiai in una risata, che mi fu traditrice fin da subito. Provai a lodare tutto quello che avevamo mangiato, nella speranza di salvarmi da quella gaffe, ma il tentativo fu pressochè inutile e Livia continuò a prendermi in giro per tutto il giorno. Nel pomeriggio facemmo un passeggiata in centro. Momento conclusivo di ogni nostra passeggiata era l’aperitivo. Lo spritz era diventato meta fissa delle nostre passeggiate. Era piacevole chiacchierare e ridere con Livia ed era diventato un po’ come un rituale che mi raccontasse di lei. Le avevo parlato di quanto la sua storia mi avesse colpito e di come avrei trovato interessante scriverla. Livia aveva accettato di buon grado e anche questo fu motivo delle nostre lunghe ed intense chiacchierate. Aveva imparato a parlarmi, senza alcun freno o omissione.