Archivio per la categoria ‘Leggendo Funambola’

IMG_0134

Il nome giusto

Così era stato fino a quel momento, Livia mi parlava e io ascoltavo. Avevo imparato, nella discrezione, a darle qualche consiglio, in fondo il nostro era diventato un rapporto profondo. Una bella amicizia. Fu durante uno degli ultimi nostri aperitivi che Livia mi raccontò qualcosa che riguardava lei e solo lei.

“Sai Viola, di me ti ho detto molto e spero di non averti annoiato, ma c’è qualcosa che non ti ho mai detto e che invece mi farebbe piacere raccontarti. Ti ho parlato del mio malumore dopo la morte di mio padre, ma non ti ho detto una cosa importante: probabilmente stavo male già da prima, anzi, stavo male da prima. La morte di mio padre ha solo peggiorato la situazione.”

Cominciò a parlarmi e stavolta evitai qualunque interruzione, Livia, la ragazza dell’incontro-scontro in bicicletta mi apriva una parte di sé sigillata per bene e alla quale nessuno, a parte lei, aveva mai avuto accesso. Anche quando le cose avevano trovato una dimensione adeguata e un equilibrio, Livia sentiva che però qualcosa dentro di lei non funzionava. Quando si ritrovava da sola, faceva fatica a riconoscersi allo specchio. Faticava ad accettare qualcosa di quel corpo che agli occhi degli altri invece era perfetto. Ammise di essersi resa conto che ci fu un momento in cui perse il controllo della sua vita, nonostante ci fosse profumo di benessere nell’aria. Mentre mi parlava, avevo come la sensazione di averlo saputo da sempre quello che stava tentando di dirmi. Mi resi conto di averlo pensato una delle prime volte. Continuò a raccontarmi, ormai davvero senza più tralasciare nulla.

“Forse senza neanche rendermene conto, ho iniziato a mangiare sempre di meno e a vomitare quel poco che ingerivo. Credo che nessuno si accorse di nulla. Forse sono stata brava a non darlo a vedere, o magari chissà, nessuno ha voluto vedere. Sentivo come la necessità di tirare fuori tanto, ma l’unica cosa che riuscivo a cacciare via era il cibo. Avevo bisogno d’aiuto, ora me ne rendo conto, ma ai tempi stavo con una persona e credevo che il suo amore potesse bastarmi. Ovviamente mi sbagliavo. Ho continuato per un po’ a vivere, tentando di far finta che tutto procedesse per il meglio. Facevo la mamma e la compagna, sempre con estrema attenzione e passione, ma le cose avevano preso ormai una piega non più gestibile e avevo perso davvero molto peso.”

Mente Livia continuava a raccontare notai quanto sottolineasse spesso che nessuno si rendeva conto di quale dramma stesse vivendo. Il fatto che gli altri non vedessero, portava Livia a credere di avere in qualche modo creato un equilibrio, ma sapeva quanto semplice fosse ricadere da quel filo.

“Però sapevo di dover uscire da quel tunnel, almeno per Edoardo. Di una cosa avevo piena consapevolezza e forse è stato questo che mi ha tenuto a galla, non volevo diventare con Edoardo quello che mia madre era stata per me. Non so da dove mi venne quella forza, ma smisi di vomitare. Mi rendevo conto che il confine con le mie debolezze era davvero molto sottile, ma per mio figlio dovetti fare almeno un tentativo.”

Non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando, avevo davanti una donna consapevole di come quel filo sul quale camminasse, fosse estremamente sottile. Mi parlò ancora e mi disse:

“Viola, credo di poter affermare che tu conosci di me pensieri detti e non detti, emozioni… insomma questo è uno di quei momenti in cui dovrei chiederti di fare un patto di fratellanza con il sangue per suggellare quest’amicizia.”

Scoppiò a ridere, abbandonandosi all’indietro contro lo schienale della sedia. La guardai ridere e mi accorsi di quanto fosse bella e di quanto quel viso in effetti portasse i segni del male che si era fatta. Non ebbi voglia di replicare e mi lasciai travolgere anch’io da quel silenzio che si era creato. Non sempre le parole hanno l’obbligo di riempire certi silenzi. Godemmo di quella pace e fu di una naturalezza unica.

La ragazza del bar ci riportò alla realtà portandoci il conto e, guardando Livia, le dissi: “Sei davvero una brava mamma e credo che tu non abbia neanche bisogno di sentirtelo dire, ma prova a non dimenticare di essere anche una donna e prenditi cura di te.” Non aggiunsi nient’altro. Era chiaro che quella donna vivesse la sua vita consapevole di ogni istante che trascorreva. Sotto quella corazza si celava una sognatrice, che aveva smesso di sognare troppo presto. Credo che fosse proprio quello che Livia doveva provare a combattere. Invece le sue giornate trascorrevano un po’ tutte allo stesso modo e, a guardarla da fuori, si aveva la percezione di una donna totalmente travolta da un’inerzia che le impediva di reagire. Era sempre più facile rimandare che provare a fare delle cose, qualsiasi cosa. Si occupava della casa, come se quella fosse l’occupazione per la vita e forse, nonostante tutto, non riusciva a pensare al futuro. Avrebbe dovuto. Fu con questo racconto che si concluse una delle nostre ultime chiacchierate, prima della mia partenza. Il giorno del rientro a casa, però, era arrivato. Di posti incantevoli quella terra era piena e, grazie a Livia e a Edoardo, in quei giorni ebbi la fortuna di vederne molti. Era arrivato il momento dei saluti e fu davvero difficile lasciare quella famiglia cosi speciale: Livia, Edoardo, nonno Italo, mi avevano dato così tanto che credo si possa far fatica a comprendere. Una terra speciale raccontata e vissuta da persone che erano entrate un po’ per caso nella mia vita, ma che avevano saputo occuparne un pezzo davvero importante. Quella mattina Edoardo non andò neanche a scuola, passammo quelle ultime ore un po’ come ci venne; nessuno di noi riusciva però a mostrare più l’allegria dei giorni passati. L’ora di andare, per quanto l’avessimo scacciata, arrivò. Il tempo scorre e in alcuni momenti ti sembra scorrere più veloce del solito. Comanda lui e tu non puoi farci nulla. Fu difficile salutare Edoardo: quel bimbo che aveva saputo rubarmi il cuore, si mise a piangere e fu davvero faticoso separarmi da lui. Lo abbracciai e gli promisi che non sarebbe finita lì e che sarei tornata, per imparare l’apnea in acqua.

Livia sorrise di quella frase e disse: “Beh, devi tornare! Ti ho insegnato a restare in apnea in cielo, ora bisognerà fartela sperimentare in mare.”

Era proprio ora di andare. Dovevo prendere un autobus che mi avrebbe portato in aeroporto e chiesi a Livia di non accompagnarmi, non amo molto i saluti e per quel giorno erano già stati troppi. Ci separammo e mi ritrovai seduta su una di quelle poltroncine rivestite da un velluto che aveva ormai l’odore del mondo, un autobus visibilmente datato, probabilmente a breve avrebbe avuto anche l’iscrizione come veicolo d’epoca. Erano decisamente scomode quelle sedute, ma questo non spostò i miei pensieri da Livia. Ero rimasta parecchio colpita dal suo ultimo racconto, ne aveva passate tante, ma quel suo malessere mi sembrava come se fosse ancora lì. Avevo come la netta sensazione che fosse solo nascosto da cumuli di cenere. Quel problema aveva un nome pensavo e solo in quel momento mi resi conto che mai una volta nelle nostre conversazioni, Livia l’aveva chiamato per nome. Che avesse paura di farlo? Questi pensieri mi riempirono il cuore di tristezza. Intanto quella vecchia corriera era arrivata nei pressi dell’aeroporto. Scesi, presi la mia valigia e mi incamminai all’interno.

La sua piccola vita

Odio il momento in cui bisogna passare al metal detector per accedere ai gate, soprattutto d’inverno. Bisogna levarsi cappotto, cappello, sciarpa, cintura, orologio, telefono fuori dalla borsa, computer se ne porti uno, scarpe se hanno parti metalliche. Ho imparato negli anni a indossare scarpe da tennis per evitare quel momento che io trovo alquanto imbarazzante, ma tutto il resto finisco per farlo anch’io perché, insomma, non si tratta di cose facilmente sostituibili o addirittura da lasciare a casa. Ma poi, mi chiedo, dopo tutto quest’accurato controllo non si sa perché ciò che non deve passare passa. Eppure io, per amore della legalità, continuerò a spogliarmi. Finalmente all’imbarco. Mancano meno di due ore al mio volo. Mi siedo e con lo sguardo mi rendo conto di riuscire ad abbracciare tutto l’aeroporto. Mi sento al sicuro e i pensieri delle prime volte sono gli stessi: tutto estremamente a portata di mano. Tiro fuori il mio telefono e scrivo su internet la parola anoressia. La mia ricerca è così tanto generica che mi escono fuori migliaia di pagine. Non so cosa cercare, non so quale aprire. Ne apro una a caso: «L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione…»

Penso a Livia e alla sua incapacità di chiamare quel problema per nome. Sarà stato un caso forse? Cerco di rimettere insieme i pezzi delle nostre chiacchierate, alla ricerca di una spiegazione, ma non ho appigli. La convinzione che lei non sia stata in grado di dare un nome al suo problema è sempre più forte. Penso ai nostri pranzi e alle sue mini-porzioni, tutto mi diviene più chiaro e ogni tassello prende il suo posto. Avevo avuto già la sensazione che Livia a volte mangiasse non per il gusto di farlo ma per evitare che le venissero fatte troppe domande. Così era stato. Mi era capitato di prenderla in giro o di chiederle spiegazioni sul perché i nostri piatti abbondassero e il suo invece fosse sempre così scarno. Mi rispondeva sempre un po’ allo stesso modo, dicendomi di non avere tanta fame. Livia era in grado di passare anche un’intera giornata senza mettere niente in bocca. Provai senso di colpa. Ce l’avevo davanti e non avevo capito quello che accadeva quotidianamente a quella ragazza. Prima che io partissi, ne parlammo ancora e lei aveva più volte sottolineato di aver superato quel malessere. Diceva di aver smesso di vomitare ormai da tempo. Probabilmente era tutto vero, ma la mia paura più grande è che la cosa non fosse mai del tutto passata. Avevo il timore che tutto potesse procedere per il meglio, almeno fino a quando nient’altro di negativo le fosse accaduto nella vita. I battiti del mio cuore aumentano, le mie mani iniziano a sudare, come chi fa una scoperta inaspettata. E’ così che mi sento. Ora ne sono convinta: Livia, in fondo, non ha mai superato completamente questo problema. Probabilmente l’illusione di esserci riuscita la tiene ancora in equilibrio. Forse questa potrebbe considerarsi come una strategia di sopravvivenza accettabile, ma quanto sarebbe potuta durare? Ebbi l’impulso di mollare quell’aereo e di tornare da lei e parlarle, come non ero riuscita a fare quell’ultima sera. Ma la realtà riprese il sopravvento su quei pensieri e dovetti rendermi conto che non ero io la persona adatta o capace di salvarla. L’amore, l’affetto per una persona non può sempre risultare come la soluzione ad un problema o addirittura bastare. Questo di certo aveva l’esigenza di essere affrontato anche con persone competenti del campo. Mi sentivo dannatamente triste e impotente. Era una sensazione deprimente e mi faceva rabbia. Qualcuno una volta mi aveva detto che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, non so però se questo fosse il caso di Livia. Dovevo forse accettare l’idea che si aiuta chi per primo tenta di aiutarsi da solo? Riuscivo solo a farmi mille domande e tutte senza nessuna degna risposta. Chi ero io? Una brava ascoltatrice incapace di dare le giuste risposte? Non ero in grado di farlo con me, come potevo pretendere di uscire dal quell’aeroporto e andare a parlare con Livia? Cosa avrei mai potuto dirle, per convincerla che a trent’anni non si deve sopravvivere, ma vivere? Non ero nessuno e questo mi logorava. Annunciarono il mio imbarco. Se avessi preso quell’aereo, nel giro di un’ora sarei stata lontana dal quel problema centinaia di chilometri. Sarei ritornata alla mia vita, alla mia quotidianità. Se l’avessi fatto quanto grande sarebbe stato il mio egoismo? Se fossi tornata da Livia, cosa avrei mai potuto fare di buono? Domande su domande e risposte che tardavano ad arrivare. In quell’istante odiai ancora di più lo scorrere del tempo. Non mi lasciava spazio per riflettere. Mi vennero alla mente alcune delle sue parole… «Ho bisogno di essere amata.» Mi alzai e mi misi in fila per l’imbarco, lo feci senza pensare. Diedi la mia carta d’imbarco e i miei documenti all’hostess e attraversai quella porta. Camminai lungo quel tunnel collegato all’aereo mobile. Livia probabilmente cercava l’amore, cercava nell’amore la capacità di rimanere in equilibrio su quella corda tesa che è la vita. Riponeva nell’amore la fiducia di restare in piedi, nonostante tutto. Sprofondai pesantemente nel mio posto e allacciai la cintura. Pochi minuti più tardi, quell’aereo si staccò dal suolo e prese il volo. Io intanto cominciai a mettere in atto i suoi consigli per evitare che le mie orecchie iniziassero a scoppiettare, mentre quella città diventava sempre più piccola e quel lembo di terra cominciò ad assomigliare a una lingua stesa nel mare. Livia era laggiù, con i suoi problemi e con quella grande voglia di non cadere mai più. Io quel grande desiderio l’avevo visto ed avevo pensato che fosse uno dei suoi più grandi pregi. Un altro pezzo di vita mia finiva quel giorno, pensai.

Funambola

 

Ce l’avevo fatta a riaprire quel quaderno e a leggere quella storia. Ripensai a lei e la immaginai di ritorno da un’uscita lunga una notte. La immagino mentre adagia il suo mento sul finestrino della macchina e si lascia trasportare da un orizzonte infinito. Quell’orizzonte testimone di tanti momenti, che in fondo quell’esistenza l’hanno segnata, ma che l’hanno resa anche la splendida persona che io ho conosciuto. Torna a casa e si dirige verso il letto, in un’ora che andrebbe vissuta e non persa con il sonno. Vedo la sua camera ormai inondata dai raggi del sole, che scrutano i suoi pensieri. Quella stanza è ormai piena di luce, la vedo come il contenitore di tanti pezzi di vita, la sua vita. Non sono più tanto convinta che non sia realmente come dice Livia, in fondo anch’io mi sento come se avessi vissuto tanti pezzi di vita. Ognuno, probabilmente con una faccia diversa, ma pur sempre con la stessa anima. Le lancette dell’orologio scandiscono il tempo che se ne va e non ritornerà più, proprio come quel pezzo di vita che Livia mi ha regalato e mai più sarà come è stato. I miei pensieri sono ancora qui che cercano una dimensione e un coraggio che forse non troverò mai, per come me lo sono sempre immaginato. Forse quando quel momento arriverà, mi toccherà portarmi dietro il rimpianto di non aver affrontato prima tutto questo. Per ora chiedo venia al tempo e aspetto che arrivi quel momento.

 

..fine… Jojò

Annunci

Leggendo Funambola…parte 4

Pubblicato: 4 febbraio 2016 in Leggendo Funambola
DSCI0039

Come una funambola

 

Di nuovo giù dal filo

Quella sera, dopo che Edo andò a dormire, Livia mi offrì un bicchiere di vino e, sedute comodamente sul nuovo divano, cominciammo a chiacchierare. Mi raccontò ancora di suo padre. Notai una Livia diversa quella sera, quel sorriso venne velato da una brutta malinconia e mi resi conto, mentre parlava, che ne aveva un forte bisogno e probabilmente era la prima volta che si apriva così tanto. Mi raccontò della separazione dei suoi genitori e di quando suo padre, tornato, si era rifatto una vita con un’altra donna. Lei aveva un buon rapporto con entrambi e di questo era molto contenta. Sua madre continuava la sua vita un po’ confusa, ma le intromissioni nella vita di Livia ormai si erano ridotte notevolmente e questo non poteva che farle bene. Gli ultimi anni, in qualche modo, erano trascorsi in maniera serena, ma c’era sempre qualcosa che, di tanto in tanto, disturbava quella quiete. La madre, come sottolineava Livia. Non sapeva chiamarla in nessun altro modo, diceva. Lei che ormai mamma lo era da dieci anni, si rifiutava di credere che mamma si potesse essere anche come la sua lo era stata con lei. Forse il vizio dell’alcol, forse un carattere che non aiutava, questa donna tentava a volte delle intromissioni, che mandavano Livia su tutte le furie. Ci fu una pausa di silenzio. Livia interruppe il suo racconto e iniziò a prepararsi una sigaretta con il tabacco. Tentai di replicare in qualche modo, ma certi racconti fatti con la rabbia mi creavano più momenti di riflessione che momenti di replica. Era evidente come la sua rabbia negli anni non si fosse acquietata. Doveva aver sofferto molto, povera ragazza.

“Viola sai com’ è morto mio padre?”

Mi prese alla sprovvista con quella domanda e mi gelò il sangue nelle vene.

“In verità Livia, lo so… l’ho letto su internet.”

“Già, su internet ci sono diversi articoli che ne parlano, ma quegli articoli non raccontano tutto. E’ successo circa un anno fa, di sabato sera.”

Sarebbe dovuta uscire con i suoi amici, ma da un paio di giorni sentiva dentro di sé una strana inquietudine. Cercava di ricacciarla come meglio poteva. Quella sera preferì restarsene a casa.

“Credo fosse giovedì, quando mi arrivò una telefonata di mio padre. Parlammo come al solito, ma poi ci salutammo in modo strano. Devi sapere che papà, anche dopo la separazione, ancora non riusciva a liberarsi di quella donna che è mia madre e credo che ci fossero momenti in cui addirittura la temeva. Insomma, tornando alla telefonata, papà concluse chiedendomi scusa se negli anni della separazione lui era stato lontano, ma mi amava più della sua stessa vita mi disse e io non dovevo dimenticarlo. Capisci Viola? Questa è l’ultima telefonata di mio padre. E’ stata l’ultima volta che l’ho sentito prima di quella maledettissima notte.”

Livia fece una pausa e si riempì il bicchiere. La lasciai continuare. Decise di restare a casa quella sera e, poco prima di mezzanotte, se ne andò a letto. Ricordò di aver fatto un sogno strano, agitato, si trovava nel letto e accanto a lei suo padre. Non ricordava nient’altro, solo che ad un tratto il telefono iniziò a squillare.

“Mi alzai e andai a rispondere. Non è che capii molto all’inizio, mi ricordo solo che qualcuno dall’altra parte del telefono urlava: ‘E’ morto è morto’. Era mia madre che riusciva solo a urlare quella parola e fu capace di aggiungere che dovevo correre lì, perché papà era morto e stava là, a terra. Non mi disse nient’altro. Non puoi immaginare il mio stato d’animo. Andai in camera, mi misi addosso qualcosa e ricordo di essere uscita per strada. Non è che avessi capito dove dovevo andare, mi sentivo imbambolata e camminavo. Udivo non lontano da me delle sirene, però credo di non essere stata più molto cosciente. Ricordo che mi squillò il telefono, era mio cugino che mi chiedeva dove fossi. Non ero in grado di spiegarlo. Non capivo più davvero nulla. Alla fine ci sono arrivata da sola sul luogo dell’incidente, un po’ mi ci sono trovata. C’era un sacco di gente e ricordo che il lampeggiante dell’ambulanza mi abbagliò tremendamente. Feci per girarmi e vidi a terra un corpo. Era papà.”

Dopo il buio e basta. Si risvegliò tra le braccia di un uomo, forse un amico di suo padre. E, in piedi davanti a lei, con indosso già l’abito da vedova… sua madre. Ancora una volta quella donna imponeva la sua presenza, in un luogo che non la meritava affatto.

“Viola, ti rendi conto? Mia madre, aveva già iniziato a fare la vedova; non mi si è avvicinata, non si è presa cura di me. Mi ha lasciato lì, senza neanche dirmi una parola. Quella notte ho perso mio padre. Mio padre aveva perso la vita in un incidente stradale.”

Livia concluse così quel racconto. Ne rimasi colpita nel profondo. Non potevo non notare quanta rabbia si percepisse nelle sue parole. Era tanto arrabbiata e non faceva nulla per nasconderlo. Come darle torto?

“Livia ma perché tuo padre correva?”

“Non lo so Viola, io conoscevo mio padre. Non amava la velocità, io almeno non l’ho mai visto correre in macchina, per cui spero davvero che, in qualche modo, prima o poi si possa venire a capo di questa cosa. Questo pensiero mi perseguita da quella notte, ma purtroppo ancora non abbiamo delle risposte.”

Non riuscivo a smettere di pensarci: suo padre, l’uomo lumaca della strada, aveva perso la vita a causa della velocità. Era chiaro quanto tutta questa storia l’avesse segnata profondamente. Mi raccontò quanto i giorni e i mesi seguenti fossero stati difficili. Non riusciva più a dormire e, quelle poche volte che si addormentava, riviveva quella notte di panico e la scena dell’incidente. L’unica cosa che le lasciava ancora mantenere i contatti con la realtà era l’amore che aveva per Edo. Mi raccontò di come le giornate, dopo quella tragedia, trascorrevano lente e silenziose. Stava male Livia, di giorno si occupava di Edo, lo aiutava nei compiti, giocava e sorrideva insieme a lui, ma di notte, quando si ritrovava da sola in quella stanza, piangeva. Quella stanza era diventato il contenitore di tutte le piú brutte emozioni di Livia.

“Sai Viola quando ho ripreso ad uscire? E soprattutto come? Una mattina mi si presenta mia zia a casa con una bicicletta, quella del nostro incontro.”

“Ma dai Livia, questa è una cosa bellissima.”

“Sì vero e non sai quanto oggi io sia affezionata a quella bicicletta.”

Pensai quanto poco in fondo potesse bastare per far stare bene quella ragazza. Mi venne in mente quella donna che era sua madre e mi fece non poca rabbia. Come si può non provare a proteggere un figlio? Quella che Livia mi aveva raccontato era una di quelle tragedie  che si spera di non provare mai nella vita e quella donna non si era piegata neanche davanti a tutto questo dolore! Provai un grande senso di tenerezza. Mi ripiombarono addosso i miei pensieri e mi sentii in colpa per aver continuato a credere, per anni, che le mie scelte in qualche modo dovevano restare mie e che non era necessario condividerle con la mia famiglia. Pensai a mia madre e feci fatica a farmi ritornare alla mente momenti di litigi o incomprensioni. Non ce n’erano mai stati in fondo, non più di quelli che sono soliti essere presenti all’interno di una famiglia, come tante. Mio padre, un uomo sicuramente molto rigido ma profondamente sensibile, lui lo sapeva dire ti voglio bene, a differenza di me. La tensione sulle mie spalle si fece più pesante e tentai di non pensarci. Feci di tutto per distrarmi, giocherellai con il telefono, ma niente. Non riuscivo a non sentirmi in colpa. Io li avevo condannati e giudicati senza dare loro l’opportunità di appellarsi ai loro pregi, alla loro immensa sensibilità. In fondo, nonostante tutto, non riuscivo a figurarmi quel momento, il momento in cui, trovandomi davanti a loro, avrei dovuto dire: “Mamma, papà, sono io, sono sempre la stessa bambina che avete cresciuto. Sono la donna di cui oggi voi siete orgogliosi… mamma, papà, io…” Il buio, non riuscivo neanche a pronunciarla da sola quella frase. Pensai a Livia e mi resi conto di quanto dovevo ritenermi fortunata, ma, nonostante tutto, non ce la facevo proprio a terminare quella benedettissima frase. Intanto anche Livia stava lì, immersa nei suoi pensieri. Guardammo l’orologio e ci stupimmo nel capire che avevamo fatto notte a chiacchierare. Andammo a letto e mi fece piacere notare quanto Livia si fosse distesa dopo avermi raccontato di quella notte e dei giorni seguenti. Non riuscii ad addormentarmi subito, pensavo a quel papà così giovane e così vivo. Pensavo al suo terribile destino causato da chi o da cosa. Mi addormentai.

 

Pescefescio

Avevo puntato la sveglia quella notte e, intorno alle sette, iniziò a suonare. Feci fatica ad alzarmi ed abbandonare quel tepore sotto le coperte, ma avevo voglia di accompagnare Edo a scuola insieme a Livia. Si stupirono entrambi quando mi videro in piedi e già pronta di tutto punto. Uscimmo di casa e ci dirigemmo verso scuola. Non era la prima volta che mi ritrovavo davanti a scuola di Edoardo, ma quella mattina, più del solito, notai con quanta discrezione Livia accompagnava quell’ometto a scuola, il modo in cui da fuori il cancello, con lo sguardo lo seguiva all’interno della scuola. Era diversa dalle altre mamme, alcune con le macchine in doppia fila a creare il panico, altre davanti alle porte di scuola intente a scambiarsi chiacchiere, nell’attesa che la campanella suonasse. Livia no, sceglieva puntualmente sempre lo stesso posto e, in disparte, aspettava. Appena Edo usciva da scuola e trovava la sua mamma, le porgeva lo zaino che, buffamente, risultava più grande di lei. Lo portava su una sola spalla la sua mamma, durante il tragitto che facevano per tornare a casa. Quella mattina, dopo aver lasciato Edo a scuola, prendemmo la macchina del nonno e accompagnai Livia a comprare un pesciolino. Aveva quest’abitudine lei, un nuovo pesciolino diventava membro della famiglia quando accadevano degli avvenimenti speciali. La nostra amicizia pare fosse uno di quelli ed ebbi l’onore di aiutarla a scegliere il nuovo membro dell’acquario: Pescefescio! Ci facemmo un sacco di risate quando decidemmo il nome di quel pesce: era tutto maculato, una livrea bianca e nera che ci fece pensare a qualcosa di fashion, da lì il nome Pescefescio. Livia era davvero una persona speciale e piena di qualità, ma allo stesso tempo risultava essere così ermetica, che ci misi un po’ a cogliere le sue notevoli capacità. Era molto brava a disegnare, era un’eccellente cuoca, lavorava con le mani diversi oggetti, incideva il legno, un portento di capacità, ma tutte estremamente sigillate dentro di lei. Non mi piaceva quello che vedevo, non mi sembrava giusto per lo meno. Gli aspetti crudeli del suo destino l’avevano probabilmente cambiata nel tempo e, forse, l’avevano resa ormai succube del corso degli eventi. Non smuoveva un sassolino Livia per se stessa. Fu interessante scoprire che il papà di Livia, oltre ad abile fotografo, fosse anche un bravo pittore.

“Livia hai molto di tuo padre.”

Glielo dissi un giorno, mentre mi mostrava alcuni suoi quadri. Era davvero così: dal sorriso identico all’amore per l’arte, per il mare.

“Devi osare di più secondo me, devi credere di più nelle tue pontenzialità e da qualcosa devi ripartire, non come mamma, ma come donna.”

Durante una delle nostre tante chiacchierate, fu il primo consiglio che dispensai a Livia. L’avevo molto ascoltata e osservata nel tempo e quelle parole mi uscirono con una tale spontaneità che la cosa stupì anche me. La risposta di Livia invece non mi stupì molto, sentii uscire dalla sua bocca un lieve «lo so». Era chiaro che non fosse pronta per rialzarsi da quell’ennesima caduta, per lo meno non lo era ancora totalmente. Livia alternava momenti di grande malinconia a momenti di allegria e quando quel sorriso arrivava, sapeva come contagiarti. Si dilettava con la cucina ed era un piacere assaggiare e giudicare i suoi piatti. Sulla scelta del vino, però, lasciava sempre scegliere me. Quando andavamo a fare la spesa, Livia mi lasciava davanti agli scaffali del vino e lei intanto andava avanti col carrello. Tornava a prendermi quando c’era da raggiungere la cassa e, puntualmente, mi ritrovava eternamente indecisa senza nessuna bottiglia in mano. Finivo per scegliere di corsa sempre lo stesso bianco. Notando la mia sveltezza nello scegliere, ma soprattutto la varietà della scelta finale, un giorno Livia decise di farmi assaggiare un vino aromatizzato alla mandorla. Non è che io abbia un buon rapporto di gusto con le cose estremamente dolci, ma si ostinava a ripetermi che avrei dovuto invece provare, garantiva lei per quella bottiglia. Cedetti alle risate di Livia ed Edoardo e portai alla bocca quel nettare. Degustai buffamente, mentre intanto loro mi guardavano, come se davanti avessero avuto un giudice… sentenziai:

“Livia, ma questo è un connubio perfetto. Uno sposalizio di gusti.”

Cercai di pronunciare quella frase mantenendo un certo tono di voce, ma il tentativo durò pochissimo e scoppiai in una risata, che mi fu traditrice fin da subito. Provai a lodare tutto quello che avevamo mangiato, nella speranza di salvarmi da quella gaffe, ma il tentativo fu pressochè inutile e Livia continuò a prendermi in giro per tutto il giorno. Nel pomeriggio facemmo un passeggiata in centro. Momento conclusivo di ogni nostra passeggiata era l’aperitivo. Lo spritz era diventato meta fissa delle nostre passeggiate. Era piacevole chiacchierare e ridere con Livia ed era diventato un po’ come un rituale che mi raccontasse di lei. Le avevo parlato di quanto la sua storia mi avesse colpito e di come avrei trovato interessante scriverla. Livia aveva accettato di buon grado e anche questo fu motivo delle nostre lunghe ed intense chiacchierate. Aveva imparato a parlarmi, senza alcun freno o omissione.

funambola spiaggia

 

By the way

 

 

Fu bello rivedere Edo al ritorno da scuola, aveva un viso pieno di gioia nel ritrovarmi e questo mi rese felice. Ricordo ancora il pranzo di quel giorno, mangiammo una spigola sfilettata ad arte con del salmone: la spigola salmonata. Livia mi raccontò come quella ricetta le ricordasse suo padre, perché era lui che gliel’aveva insegnata. Una ricetta rivisitata e resa buona come io l’avevo trovata. Fu un pranzo pieno di chiacchiere e di sorrisi e con Edo ci divertimmo molto a prendere in giro Livia, che, in quanto a permalosità, ne aveva da vendere. Passammo il pomeriggio all’insegna della pigrizia e del divertimento, a suonare dei piccoli djambè accompagnati dalla terribile melodia che Livia si ostinava a produrre con il flauto di Edo. Riuscimmo a levarglielo solo dopo che ci fece un concerto intero e dopo che la parola “piadina” riempì i nostri preparativi per la cena. Ero di nuovo con quelle persone che erano riuscite a diventare speciali in un tempo da record e solo a tarda sera, quando la notte mi riportò la calma della solitudine, mi resi conto di quanto quello che stessi vivendo aveva assunto un valore inestimabile. Un pezzettino di vita pregno di cose belle e di tanto affetto. L’indomani, dopo aver accompagnato Edoardo a scuola, decidemmo con Lidia di fare una passeggiata sul lungomare. Ci ritrovammo a parlare e non fu necessario che io facessi molte domande, Livia parlò per ore e riuscivo a percepire il bisogno che ne aveva. I suoi racconti non mi lasciarono molta voglia di replica. Parlammo così tanto, che ci rendemmo conto, solo per caso, che erano passate delle ore e Edo sarebbe uscito da scuola di lì a poco. Ci incamminammo verso scuola e fu lì che Livia mi raccontò della sua gravidanza e della nascita di suo figlio.

Mi riempì il cuore quel racconto: lei, una giovanissima ragazza che alcune ore prima della nascita di quel piccolino, ascoltava e ballava sulle note di una nota canzone dei Red Hot Chili Peppers, “By the way”. Ci facemmo un sacco di risate e, quando Edo uscì da scuola, gli domandai se conoscesse quella canzone. Di tutta risposta intonò qualche parola. -Fantastico!- pensai. Alchimia pura.

Quel pomeriggio, dopo pranzo, tornammo in quel paesino sul mare che mi aveva stregato e rubato il cuore la volta prima. C’ero stata sul calare del sole, ma quel giorno era ancora abbastanza presto e mi sembrò di essere arrivata in un posto nuovo. L’odore del pesce fresco risvegliò i miei sensi e Livia, notando il mio entusiasmo, mi disse di seguirla sulla spiaggia. Un sacco di pescatori con piccoli banchetti vendevano il pesce appena pescato. Io non ero abituata a questi mercati di pesce. Era tutto troppo surreale per me, una dimensione fiabesca e divertente allo stesso tempo. Tutti che parlavano con tutti, non sembrava ci fossero estranei in quel pezzo di mondo e nemmeno io risultavo estranea agli occhi degli altri. Alcuni pescatori mi parlarono, ma in un dialetto che stentai a comprendere. Ero estasiata. Mentre mi guardavo intorno ammirata da tutte quelle novità, vidi non lontano da me un signore imbellettato, un uomo non molto anziano e molto distinto. Era vicino al suo bancone, ma spiccava rispetto a tutto il resto: se ne stava là, in piedi, nel suo completo grigio scuro gessato, con in testa la sua coppola, rigorosamente intonata al resto. Tutti gli altri si affannavano a gridare, per richiamare l’attenzione dell’acquirente sul loro banchetto, lui invece no. Anche le sue mosse erano diverse: si spostava con un moto fluido ed elegante, un breve inchino del capo alla signora che aveva appena ritirato la sua busta azzurrina. Per un attimo pensai si trattasse di un visitatore, proprio come me, ma Livia mi spiegò che era un pescatore che amava vendere il suo pescato con classe. Ci avvicinammo e mi venne una gran voglia di chiedere a quell’uomo di raccontarmi la sua storia. Livia mi raccontò che il suo papà aveva conosciuto quell’uomo così particolare e gli aveva scattato anche delle foto.

“Te le mostrerò più tardi”

mi disse.

Mi sentivo come una bimba al luna park. Era tutto magico, ma vivo allo stesso tempo. Mi risultava difficile credere che cose del genere esistessero ancora. Io vivo da diversi anni in una città grande come Roma e solo in quel momento mi resi conto di quanto la frenesia mi aveva resa prigioniera. Rischiavo di perdermi un mondo puro e genuino. Tornammo a casa e io ero davvero felice di trovarmi lì e di aver passato un pomeriggio tanto emozionante. Mi precipitai a prendere il mio quaderno, dove avevo deciso di tenere traccia di quel viaggio. Non potevo non scrivere di quel pomeriggio unico. Cenammo tutti e tre insieme e, avendo ancora dello spazio nello stomaco, decidemmo di mangiare dei marshmallow infilzati in una forchetta tenuta sul fuoco del fornello. In effetti, nonostante il mio amore per queste “pallocche” morbide, mi riempiì quasi subito e cedetti all’impresa dopo pochissimo. Edoardo non ne voleva sapere di andare a dormire, eravamo probabilmente tutti troppo carichi, dopo quel magico pomeriggio. Alla fine però, anche quell’ometto crollò e io e Livia ci rintanammo sul balcone. Fumando qualche sigaretta, continuammo a parlare. Fu lì che mi mostrò le foto fatte da suo padre al mercato del pesce a quell’uomo così tanto bizzarro. La stanchezza scese pure per noi e decidemmo di andare a letto. Quando mi ritrovai nella mia stanza, tuttavia feci molta fatica ad addormentarmi, continuai a rigirami nel letto, fino a quando non decisi di riaccendere la luce e prendere il mio quaderno. Non me ne resi quasi conto e cominciai a scrivere.

Il divano

 

 

Un bambino dolce e tirato su bene, vicino alla sua mamma non sembrava altro che il suo piccolo fratellino; una brava mamma. Una mamma che, a stento, riusciva a prendersi cura di sé, rimandava e questo probabilmente era il suo modo per restare a galla. Non pochi eventi avevano segnato la sua vita, un’infanzia più simile a una catastrofe che ad altro. Una madre, la sua, particolarmente umorale, che aveva forse smesso di fare la mamma troppo presto. Il vizio dell’alcol che impediva loro di avere un rapporto normale. Non era semplice vivere in quella casa e spesso alcune situazioni l’avevano portata a pensare di scappar via. L’amore per i suoi fratelli, più piccoli di lei, l’avevano fermata puntualmente tutte le volte. In fondo, qualcuno doveva prendersi cura di quei bambini. Stava male. Il suo papà era lontano e a lei quella figura, che probabilmente idealizzava, mancava molto. Non le era possibile contare su di lui, perché quella madre, in un modo o nell’altro, glielo aveva sempre impedito. Arrivò il giorno in cui l’ennesima litigata la portò a scappare via di casa. Fu in quel periodo che conobbe il padre di suo figlio, una storia durata un paio d’anni. Un amore altalenante e un uomo che, alla fine, decise di non volerlo quel figlio. Livia si ritrovò da sola, ma decise di portare avanti lo stesso quella gravidanza e di tornare a casa. Passo dopo passo, cercò di contare solo sulle proprie forze e da quella lotta incessabile con la vita nacque il suo meraviglioso bambino. Le sembrò di aver finalmente raggiunto una tregua, tutto ciò con cui conduceva da sempre una tumultuosa guerra, si era per un po’ acquietato; sua madre: non avevano un rapporto tra i più idilliaci, ma sembravano aver trovato un loro equilibrio. Non durò molto.  Ancora una volta quella madre decise di intromettersi nella sua vita, non come farebbe una mamma e fu lì che Livia non ebbe più nessun dubbio: doveva andare via una volta per tutte. Fu accolta a casa dei nonni, persone che avevano deciso di non condannarla, ma di accoglierla con amore e di accogliere e crescere insieme quel bimbo, che non meritava quello che la mamma aveva già passato. Edo cresceva. In verità cresceva insieme alla sua mamma, ancora molto giovane. I brutti momenti sembravano ormai archiviati. A volte facevano ancora male, ma in fondo tutto il resto sembrava la giusta cura per guarire da tutto quel male. Il tempo trascorreva calmo e Livia tentava di riprendere in mano la sua vita, usciva con i suoi amici e si innamorava. Lontano da quella casa, specificava. Lontano da quel bimbo che voleva proteggere più della sua stessa vita. Mi addormentai con in mano la penna e con il viso su quel quaderno. L’indomani dovetti fare non poca fatica per raddrizzare la mia povera schiena, provata da un sonno fatto nella più assurda delle posizioni. Edo era già andato a scuola e io non mi ero svegliata. Trovai Livia in cucina, intenta a preparare un caffè.

“Buongiorno… perché non mi avete svegliato?”

“Buongiorno Viola! Ho pensato avessi bisogno di dormire. Stanotte mi sono svegliata e ho visto la luce accesa nella tua camera e allora ho pensato di lasciarti dormire.”

“Oddio, spero di non avervi disturbato… non riuscivo a prendere sonno.”

“Beviti un caffè Viola, credo tu ne abbia bisogno!”

“Sì, decisamente. Ho bisogno di essere rimessa al mondo.”

Feci colazione in silenzio, mentre Livia si preparava la prima sigaretta del mattino. “Tuo nonno dov’è?”

Ruppi il silenzio, in maniera decisamente incalzante.

“Al mercato, almeno fa una passeggiata. Noi, se ti va, possiamo fare un salto a fare la spesa e poi siamo libere di andare dove vuoi.”

Annuii e andai a farmi una doccia. Ero proprio a pezzi, ma mi sentivo davvero di buon umore e sapevo che una boccata d’aria mi avrebbe fatto sentire ancora meglio. Era una bella giornata, il sole sembrava risplendere più del solito tanto, che dovetti frugare nella borsa, alla ricerca dei miei occhiali da sole.

-Decisamente un altro approccio visivo- pensai. Passammo anche noi al mercato, per fare la spesa. Se avessi chiuso gli occhi, l’odore del pesce fresco misto all’odore della frutta mi avrebbero trasferito intorno ad una tavola imbandita di piatti esotici. Non mi capitava spesso di andare al mercato e quella passeggiata, un po’ come il giorno prima, mi entusiasmò moltissimo. Vongole che schizzavano, telline, odore di baccalà, fasolari, tranci di tonno… mi sarei seduta volentieri a tavola, pensai, tanto era evidente la freschezza di tutto quel pesce. Livia mi destò dai miei pensieri.

“Viola, se hai finito di sognare, passiamo a casa a lasciare la spesa e poi andiamo a fare un giro.”

“Ok ok, Livia. Comunque qui sognare è d’obbligo.” Risposi, tentando di ritornare alla realtà. Passammo da casa e notammo in cucina una quantità di pesce notevole: il nonno aveva deciso di non farci morire di fame, pensai. Pesce sommato a pesce, ne avevamo per un esercito. Da qualche anno la nonna di Livia ormai non c’era più e nonno Italo non perdeva occasione di prendersi abbondantemente cura di Livia ed Edo, con iniziative personali che lo rendevano l’uomo più dolce del mondo. Mentre mettevamo in ordine la spesa, suonarono alla porta.

“Nonno, ma cos’ è questo scatolone?”

“Accattai ‘nu divanu…”

Era rientrato nonno Italo in compagnia di due uomini, che lo stavano aiutando a trasportare un grosso scatolone. Livia scoppiò a ridere dell’ennesima iniziativa personale del nonno e io le andai dietro, senza alcun freno. Decidemmo di restare a casa quella mattina; tra l’abbondanza di pesce e un divano da montare, fu più semplice rimandare le nostre passeggiate.

Livia preparò un pranzo speciale e buonissimo e insieme montammo quel divano, che diventò subito testimone di lunghe chiacchierate serali per il resto dei giorni che trascorsi da loro.

…to be continued…

Jojò

 

wpid-fb_img_1424176945845.jpg

 

Tasselli di vita

 

 

Il tempo trascorreva più veloce del solito, almeno questa era la mia percezione. Dovevo ripartire, ma sentivo forte la necessità di ritornare, c’era ancora molto da scoprire di quella terra e tanto da vivere e come l’avrei fatto con Livia, sapevo che non sarebbe piú successo con nessun altro. Ci salutammo in una piazza e sotto a un sole che ancora riuscivo a sentire caldo sulla mia pelle. Tornai alla mia vita, alla mia routine. I miei problemi erano lì, sembrava quasi che mi stessero aspettando. Avevo pensato che la solitudine avrebbe potuto fare al caso mio, invece vivere quelle persone non mi aveva solo distratto o tenuta lontana dai miei pensieri, mi aveva fatto venire una grande voglia di vivermela tutta questa vita, viverla pensando che, al di là di tutto, c’è sempre qualcosa di buono da condividere con gli altri. A me mancava la forza che manca a chi, per troppo tempo, ha vissuto come un vigliacco. Perseverare era l’unica semplice azione che riuscivo a svolgere e la tensione sulle spalle tornò come un macigno. Mi sentivo schiacciata da un’esistenza forzata per molti versi, a volte c’erano giorni in cui urlare e arrabbiarmi con il resto del mondo mi sembravano l’unica cosa che poteva farmi stare meglio e invece me ne ritornavo nel mio angolo, pensando che avrei avuto ancora un po’ di tempo e continuare quella farsa mi avrebbe aiutato a decidere. C’erano dei momenti in cui mi sentivo un po’ come un’extraterrestre, mi rifiutavo di pensare, rimandavo a domani. Il fatto è che avevo le mie risposte, ma zero coraggio per metterle in atto. Livia invece mi sembrava proprio il contrario di me, un coraggio che invidiavo, una forza che non riuscivo a capire come potesse esistere e da dove arrivasse.

Ero proprio ritornata a casa, le solite corse erano riprese a pieno ritmo. Con Livia ci sentivamo di tanto in tanto, fortunatamente la tecnologia oggi te lo permette in mille modi, basta solo decidere quale usare. A volte succedeva che ci facessimo delle telefonate, ma non accadeva poi così spesso. Avevamo preso l’abitudine di parlarci in chat la sera o quando il tempo ce lo permetteva. Quando non la sentivo, mi capitava spesso di pensarla e di pensare a quella malinconia che a volte le segnava il viso. Mi aveva parlato tanto di suo padre, avevo capito che non c’era più, ma non mi aveva mai detto come fosse morto. Una domenica mattina, mentre cercavo delle cose su internet, mi ritornò alla mente quel dubbio sul papà di Livia e, senza pensarci troppo, feci una ricerca. Fu terribilmente triste quello che lessi. In quel momento mi fu tutto più chiaro, anche il perché a volte Livia, durante le nostre passeggiate, si chiudesse in un silenzio tanto malinconico. Molti di quei posti che mi aveva fatto conoscere, era chiaro quanto le ricordassero suo padre. Una sera ci ritrovammo a chiacchierare in chat e mi resi conto fin da subito che quella per Livia non era la migliore delle serate. Mi disse che, dopo poco, sarebbe uscita con i suoi amici. Tra di noi iniziò una conversazione un po’ insolita, la sua tristezza si fece spazio tra quelle parole. Credo volesse farmi capire quanto nella sua vita mancasse l’amore di una persona che ti sta a fianco. Le sue parole tristi e malinconiche mi rendevano un’ascoltatrice attenta e silenziosa.

-Cerca me e non so se questo è il punto, non so se questo possa diventare una responsabilità. La felicità di qualcuno può sempre dipendere dagli altri?-

Sono queste le domande che ogni tanto rendono scomposti i miei pensieri. Continuo ad ascoltarla e tento di salvaguardare i suoi pensieri disinibiti dall’alcol, ma forse ho sbagliato, perché ha smesso di parlarmi. Credo che tante volte sia difficile proteggere qualcuno da se stessi. Qualcosa, a questo punto, mi destabilizza, forse vedo in lei qualcosa di simile a me e, invece di risponderle, penso a cosa sia giusto fare: tento di salvaguardare lei dai suoi pensieri o forse il tentativo è di salvare me stessa? Lei continua a parlarmi e mi lascia addosso la necessità di scrivere, di raccontare di lei.

Le chiedo ancora di parlarmi oppure di non farlo più e le confido che ho capito molto di lei in questo lungo periodo, ho capito molto più di quanto immagini. La mia discrezione ha fatto la differenza e forse questo lei non lo sa. Ha bisogno di domande per uscire fuori e le dico che allora non sono io quella giusta. Non riesco a entrare nella vita di qualcuno, come farebbe un giornalista con un suo articolo. Ho necessità che mi possa parlare come se il suo fosse un monologo. Mentre mi parla, rimbomba in me un’unica frase: «ho bisogno di essere amata.» Già, ha bisogno di essere amata! Non riesco a pensare ad altro. L’amore a volte risulta essere una ragione di vita, forse la ragione di amare rende la vita quello che è. Penso a me e vorrei dire a Livia che amare, a volte, non basta se non si è liberi nell’anima di farlo. A volte non è nel destino o negli altri che si incontrano delle barriere. A volte siamo noi i primi nemici di noi stessi, siamo noi che ci ingabbiamo come animali da circo e facciamo quello che il nostro pubblico si aspetta. Mi parla della sua vita come se fosse fatta di tasselli, li elenca e li dettaglia, mi leva il fiato e aspetta che, in qualche modo, da parte mia arrivi una replica. Lei aspetta, io continuo a riflettere, scrivo, cancello, riscrivo. Continuo a chiedermi quale risposta sarà mai tanto appropriata per farle sentire che in fondo io ci sono, sono con lei. Bah, forse nessuna. Mi sorge spontanea una domanda, ma la farò a me stessa, in fondo mi rendo conto che lei una risposta non ce l’ha. Lei dov’è in tutto questo dolore? Parla della sua piccolissima vita, non tanto bella, dice. Mi parla di un figlio e di come sia venuto al mondo. Parla di lui e quella voce cambia, quel sorriso speciale arriva e allora mi dico che un modo per scacciare la nube forse c’è. Forse lei non lo sa, ma nella sua vita il sorriso c’è e la felicità arriva. Mi rendo conto solo in quel momento che Livia non ha la minima percezione di quanto sia forte e coraggiosa, non si rende conto quanto tutto questo sia evidente per chi la guarda e l’ascolta da fuori. Livia non si ama quanto dovrebbe, probabilmente e questa mi sembra la cosa più grave. Mi chiede se può raccontarmi del suo ultimo pezzo di vita, se può partire da qua. Non posso che rispondere che io ci sono, sono qui che aspetto che sia lei a parlarmi. Equilibrio che non c’è.

Aspetto un racconto che tarda ad arrivare… non mi scrive. Quella sera io non ho avuto conoscenza del suo ultimo pezzo di vita. La comunicazione si interrompe, forse a causa del mal tempo e io resto da sola con i miei pensieri. Ho come la sensazione che qualcosa di questa storia mi sia penetrato nelle viscere, non riesco a non pensarci. Tento di fare altro, per distogliere la mia mente da lei e dalla sua storia, ma è più forte di me. Sento dentro come un fiume in piena, smanioso di rompere gli argini e allora decido di provare a scrivere. Il tentativo è di mettere insieme quei pochi tasselli che tanto accuratamente mi ha dettagliato. La cerco nelle mie parole e la ritrovo con i suoi pezzi di vita, ma il mio puzzle non riesce a prendere forma. Smetto di scrivere, ho bisogno di una boccata d’aria. Esco a fare una passeggiata e l’aria fresca sul viso mi rimette al mondo e tento di far scendere la tensione che continuo ad accumulare sulle spalle. Frugo nella borsa alla ricerca del mio tabacco e mi capita tra le mani un portachiavi con l’immagine di Padre Pio. Sta lì da diverso tempo, l’avevo dimenticato. Sorrido e mi rendo conto che il pensiero di quei posti, di quella gente, non è storia che potrò archiviare ancora per molto tempo. Giocherello con quel portachiavi e penso a colui che me l’ha regalato. Una mattina, durante il mio primo viaggio, nonno Italo mi aveva fatto quel dono. La mia mente torna a quei giorni e penso alle parole di Livia e al suo modo di concepire la vita, ogni momento diventa per lei un “pezzo di vita”. Già, un pezzo accanto all’altro, che crea l’esistenza, che non ne determina la sopravvivenza, probabilmente. Poi penso a me, io e i miei tanti pezzi di vita, o io e la mia mezza vita? Non so cosa sia peggio, allora scrollo le spalle e faccio un ultimo tiro della sigaretta che si è fumato il vento nel frattempo. Il freddo mi desta dai miei pensieri, tiro su il cappuccio della felpa e me ne ritorno verso casa. Mentre i giorni tracciavano un tempo trascorso dal mio viaggio, decisi che dovevo ritornare in quei posti. Continuavo a non affrontare i miei problemi, rimandavo quella decisione e questo sembrava concedermi tempo, per dedicarmi a quello che avevo lasciato in quella terra.

Glu glu glu

 

 

Quel viaggio iniziò alle prime ore dell’alba. Arrivai in aeroporto con un po’ di anticipo sull’orario d’imbarco. Passai in libreria e decisi di comprare un libro che non era uscito da molto e si trovava addirittura con la copertina di diversi colori. Un bestseller, annunciavano le librerie. Avevo necessità di un caffè rigorosamente amaro, ero sveglia già da diverse ore e quel liquido nero avrebbe agito come vaso costrittore, per impedire al mio mal di testa di divenire più forte. Ero in uno di quei bar che si trovano all’interno degli aeroporti e, mentre aspettavo il mio caffè, mi osservavo intorno rapita da tutte quelle persone che, a quell’ora, come me aspettavano un aereo. Mi incuriosì tutto questo e provai a immaginare quella gente, qualcuno di corsa, qualcuno più tranquillo, dove potessero essere diretti o cosa o chi li avrebbe attesi nell’aeroporto di arrivo.

“Ecco il suo caffè signora.”

La voce del barista mi riportò in quel luogo.

“Grazie mille.”

Risposi.

Dovetti spostarmi di qualche centimetro, per fare spazio a una donna. Il modo frettoloso con cui si muoveva destò la mia curiosità. Sembrava in preda a una psicosi. Non mi sembrò di udire la sua voce, era il suo corpo a parlare. Le vennero serviti un caffè e una spremuta. Mi sembrava quasi di sentire quei liquidi scenderle giù per la gola. Glu glu glu glu fece la spremuta e non pare neanche prendere aria mentre, frettolosamente, effettua quest’azione. Non sembra dare tempo alla sua bocca di abituarsi al sapore di quelle arance, che di nuovo lo sento quel rumore… glu glu glu glu e giù l’espresso.

Se avessi avuto la certezza che quella donna capisse la mia lingua, le avrei chiesto se avesse mandato giù un treno o un caffè, perché a me l’effetto era sembrato uguale. Sorrisi da sola della mia battuta e mi convinsi del fatto che a quell’ora del mattino è una grande pretesa trovare qualcuno normale. Presi posto sulle scomodissime sedie dell’aeroporto e lo feci di fronte al mio imbarco. Mi immersi così tanto in quel bestseller che mi cambiarono gate e me ne accorsi solo pochi minuti prima della chiusura. Non persi l’aereo. Non vedevo l’ora che quell’aereo potesse atterrare, le orecchie mi scoppiavano e mi sarei volentieri fatta piccola piccola, per nascondermi nella valigia posta all’interno delle cappelliere sopra di me. Mi era toccato il posto al centro. Ero finita in mezzo a due spagnoli che di cose da dire ne avevano e tutte contro l’Italia. L’Italia posto di gente maleducata. Io intanto, tra uno scoppio e l’altro d’orecchio, continuavo a impicciarmi delle loro chiacchiere, tanto da attirare l’attenzione di lui, che mi disse:

“Caramela?”

Pensai di essere stata beccata mentre delicatamente prestavo il mio orecchio alle loro critiche.

“Ehm, no grazias.”

Risposi, sfoderando il mio spagnolo autenticamente calabro-romano! Finalmente sentii le ruote dell’aereo toccare il suolo della pista e le mie orecchie fecero un applauso interminabile a quel pilota, che mi aveva miracolosamente portato in salvo. Presi la valigia e mi incamminai verso l’uscita, dovetti togliermi la sciarpa intorno al collo e tirarmi su le maniche della camicia. Avevo la necessitá di respirare intensamente. Avevo necessitá di scrollarmi di dosso la tensione di quelle ore. Usciì da quelle porte che ti separano dalla ripresa della vita, quando un viaggio ti porta a destinazione. Vidi subito Livia, ma lei non si accorse di me. Le girai intorno e notai che, mentre si guardava in giro, picchierellava le dita sul suo telefono. Suppongo fosse un po’ nervosa. La chiamai sul cellulare e intanto mi divertivo a vederla allontanarsi nella mia ricerca.

“Livia ma dove sei?”

“Viola ma tu piuttosto, dove sei finita?”

“Sono qui, vicino all’uscita.”

“Ma dove? Non ti vedo!”

Invece mi vide e sfoderò il piú bello dei suoi sorrisi. Mi venne incontro e la stritolai in un abbraccio. Un piccolo aereoporto, tutto magnificamente a portata di mano, anche una panchina smaniosa di accogliere il mio corpo teso e stanco. Una fila di taxi, sembrava quasi volessero inscenare una lotta per aggiudicarsi una corsa vincente.

“No grazie, aspetto l’autobus.”

Risposi a uno di quei lottatori.

Mentre tentavo di ricomporre il mio essere, massaggiandomi le tempie e godendomi il calore di quel sole, ecco che si avvicina una donna un po’ vecchina. Spingeva faticosamente la sua casa su un carrello. Ci si avvicinò e, in una maniera assolutamente incomprensibile, ci chiese aiuto. Tentava di pronunciare un “avá avá”. Per lo meno credetti di aver compreso quelle parole. Livia, che stava al mio fianco, mi guardò piuttosto perplessa. La donna aveva in mano un’arancia e allora mi parve di capire che dovevo sbucciarle quell’arancia. In effetti le sue mani non sembravano piú predisposte a quell’azione. Sotto gli occhi increduli dei passanti e dei tanti tassisti, che intanto avevano bloccato la gara per assistere a questa scena, cominciai a sbucciare quel frutto. Feci non poca fatica perché in fondo le mie mani, dopo il viaggio, erano sporche, forse non meno di quelle della signora. In qualche modo non volevo che mangiasse una cosa sporca, nonostante avessi la piena convinzione che ci fosse abituata e chissà da quanto tempo. La vecchina mi ringraziò offrendomi metà di quello che forse era il suo pranzo. La lasciammo mangiare in pace e andammo a cercare un bagno. Avevo le mani impiastricciate e imbevute d’arancia e necessitavo di un po’ d’acqua. Ero tornata in quella terra, smaniosa di conoscere e sapere. Non avevo ancora le idee molto chiare sul da farsi e su come gestire tutto quel materiale, ma sapevo che qualcosa dovevo fare.

…to be continued…

Jojò