Funambola…(ultima parte)

Pubblicato: 12 febbraio 2016 in Leggendo Funambola, Senza categoria

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Il nome giusto

Così era stato fino a quel momento, Livia mi parlava e io ascoltavo. Avevo imparato, nella discrezione, a darle qualche consiglio, in fondo il nostro era diventato un rapporto profondo. Una bella amicizia. Fu durante uno degli ultimi nostri aperitivi che Livia mi raccontò qualcosa che riguardava lei e solo lei.

“Sai Viola, di me ti ho detto molto e spero di non averti annoiato, ma c’è qualcosa che non ti ho mai detto e che invece mi farebbe piacere raccontarti. Ti ho parlato del mio malumore dopo la morte di mio padre, ma non ti ho detto una cosa importante: probabilmente stavo male già da prima, anzi, stavo male da prima. La morte di mio padre ha solo peggiorato la situazione.”

Cominciò a parlarmi e stavolta evitai qualunque interruzione, Livia, la ragazza dell’incontro-scontro in bicicletta mi apriva una parte di sé sigillata per bene e alla quale nessuno, a parte lei, aveva mai avuto accesso. Anche quando le cose avevano trovato una dimensione adeguata e un equilibrio, Livia sentiva che però qualcosa dentro di lei non funzionava. Quando si ritrovava da sola, faceva fatica a riconoscersi allo specchio. Faticava ad accettare qualcosa di quel corpo che agli occhi degli altri invece era perfetto. Ammise di essersi resa conto che ci fu un momento in cui perse il controllo della sua vita, nonostante ci fosse profumo di benessere nell’aria. Mentre mi parlava, avevo come la sensazione di averlo saputo da sempre quello che stava tentando di dirmi. Mi resi conto di averlo pensato una delle prime volte. Continuò a raccontarmi, ormai davvero senza più tralasciare nulla.

“Forse senza neanche rendermene conto, ho iniziato a mangiare sempre di meno e a vomitare quel poco che ingerivo. Credo che nessuno si accorse di nulla. Forse sono stata brava a non darlo a vedere, o magari chissà, nessuno ha voluto vedere. Sentivo come la necessità di tirare fuori tanto, ma l’unica cosa che riuscivo a cacciare via era il cibo. Avevo bisogno d’aiuto, ora me ne rendo conto, ma ai tempi stavo con una persona e credevo che il suo amore potesse bastarmi. Ovviamente mi sbagliavo. Ho continuato per un po’ a vivere, tentando di far finta che tutto procedesse per il meglio. Facevo la mamma e la compagna, sempre con estrema attenzione e passione, ma le cose avevano preso ormai una piega non più gestibile e avevo perso davvero molto peso.”

Mente Livia continuava a raccontare notai quanto sottolineasse spesso che nessuno si rendeva conto di quale dramma stesse vivendo. Il fatto che gli altri non vedessero, portava Livia a credere di avere in qualche modo creato un equilibrio, ma sapeva quanto semplice fosse ricadere da quel filo.

“Però sapevo di dover uscire da quel tunnel, almeno per Edoardo. Di una cosa avevo piena consapevolezza e forse è stato questo che mi ha tenuto a galla, non volevo diventare con Edoardo quello che mia madre era stata per me. Non so da dove mi venne quella forza, ma smisi di vomitare. Mi rendevo conto che il confine con le mie debolezze era davvero molto sottile, ma per mio figlio dovetti fare almeno un tentativo.”

Non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando, avevo davanti una donna consapevole di come quel filo sul quale camminasse, fosse estremamente sottile. Mi parlò ancora e mi disse:

“Viola, credo di poter affermare che tu conosci di me pensieri detti e non detti, emozioni… insomma questo è uno di quei momenti in cui dovrei chiederti di fare un patto di fratellanza con il sangue per suggellare quest’amicizia.”

Scoppiò a ridere, abbandonandosi all’indietro contro lo schienale della sedia. La guardai ridere e mi accorsi di quanto fosse bella e di quanto quel viso in effetti portasse i segni del male che si era fatta. Non ebbi voglia di replicare e mi lasciai travolgere anch’io da quel silenzio che si era creato. Non sempre le parole hanno l’obbligo di riempire certi silenzi. Godemmo di quella pace e fu di una naturalezza unica.

La ragazza del bar ci riportò alla realtà portandoci il conto e, guardando Livia, le dissi: “Sei davvero una brava mamma e credo che tu non abbia neanche bisogno di sentirtelo dire, ma prova a non dimenticare di essere anche una donna e prenditi cura di te.” Non aggiunsi nient’altro. Era chiaro che quella donna vivesse la sua vita consapevole di ogni istante che trascorreva. Sotto quella corazza si celava una sognatrice, che aveva smesso di sognare troppo presto. Credo che fosse proprio quello che Livia doveva provare a combattere. Invece le sue giornate trascorrevano un po’ tutte allo stesso modo e, a guardarla da fuori, si aveva la percezione di una donna totalmente travolta da un’inerzia che le impediva di reagire. Era sempre più facile rimandare che provare a fare delle cose, qualsiasi cosa. Si occupava della casa, come se quella fosse l’occupazione per la vita e forse, nonostante tutto, non riusciva a pensare al futuro. Avrebbe dovuto. Fu con questo racconto che si concluse una delle nostre ultime chiacchierate, prima della mia partenza. Il giorno del rientro a casa, però, era arrivato. Di posti incantevoli quella terra era piena e, grazie a Livia e a Edoardo, in quei giorni ebbi la fortuna di vederne molti. Era arrivato il momento dei saluti e fu davvero difficile lasciare quella famiglia cosi speciale: Livia, Edoardo, nonno Italo, mi avevano dato così tanto che credo si possa far fatica a comprendere. Una terra speciale raccontata e vissuta da persone che erano entrate un po’ per caso nella mia vita, ma che avevano saputo occuparne un pezzo davvero importante. Quella mattina Edoardo non andò neanche a scuola, passammo quelle ultime ore un po’ come ci venne; nessuno di noi riusciva però a mostrare più l’allegria dei giorni passati. L’ora di andare, per quanto l’avessimo scacciata, arrivò. Il tempo scorre e in alcuni momenti ti sembra scorrere più veloce del solito. Comanda lui e tu non puoi farci nulla. Fu difficile salutare Edoardo: quel bimbo che aveva saputo rubarmi il cuore, si mise a piangere e fu davvero faticoso separarmi da lui. Lo abbracciai e gli promisi che non sarebbe finita lì e che sarei tornata, per imparare l’apnea in acqua.

Livia sorrise di quella frase e disse: “Beh, devi tornare! Ti ho insegnato a restare in apnea in cielo, ora bisognerà fartela sperimentare in mare.”

Era proprio ora di andare. Dovevo prendere un autobus che mi avrebbe portato in aeroporto e chiesi a Livia di non accompagnarmi, non amo molto i saluti e per quel giorno erano già stati troppi. Ci separammo e mi ritrovai seduta su una di quelle poltroncine rivestite da un velluto che aveva ormai l’odore del mondo, un autobus visibilmente datato, probabilmente a breve avrebbe avuto anche l’iscrizione come veicolo d’epoca. Erano decisamente scomode quelle sedute, ma questo non spostò i miei pensieri da Livia. Ero rimasta parecchio colpita dal suo ultimo racconto, ne aveva passate tante, ma quel suo malessere mi sembrava come se fosse ancora lì. Avevo come la netta sensazione che fosse solo nascosto da cumuli di cenere. Quel problema aveva un nome pensavo e solo in quel momento mi resi conto che mai una volta nelle nostre conversazioni, Livia l’aveva chiamato per nome. Che avesse paura di farlo? Questi pensieri mi riempirono il cuore di tristezza. Intanto quella vecchia corriera era arrivata nei pressi dell’aeroporto. Scesi, presi la mia valigia e mi incamminai all’interno.

La sua piccola vita

Odio il momento in cui bisogna passare al metal detector per accedere ai gate, soprattutto d’inverno. Bisogna levarsi cappotto, cappello, sciarpa, cintura, orologio, telefono fuori dalla borsa, computer se ne porti uno, scarpe se hanno parti metalliche. Ho imparato negli anni a indossare scarpe da tennis per evitare quel momento che io trovo alquanto imbarazzante, ma tutto il resto finisco per farlo anch’io perché, insomma, non si tratta di cose facilmente sostituibili o addirittura da lasciare a casa. Ma poi, mi chiedo, dopo tutto quest’accurato controllo non si sa perché ciò che non deve passare passa. Eppure io, per amore della legalità, continuerò a spogliarmi. Finalmente all’imbarco. Mancano meno di due ore al mio volo. Mi siedo e con lo sguardo mi rendo conto di riuscire ad abbracciare tutto l’aeroporto. Mi sento al sicuro e i pensieri delle prime volte sono gli stessi: tutto estremamente a portata di mano. Tiro fuori il mio telefono e scrivo su internet la parola anoressia. La mia ricerca è così tanto generica che mi escono fuori migliaia di pagine. Non so cosa cercare, non so quale aprire. Ne apro una a caso: «L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione…»

Penso a Livia e alla sua incapacità di chiamare quel problema per nome. Sarà stato un caso forse? Cerco di rimettere insieme i pezzi delle nostre chiacchierate, alla ricerca di una spiegazione, ma non ho appigli. La convinzione che lei non sia stata in grado di dare un nome al suo problema è sempre più forte. Penso ai nostri pranzi e alle sue mini-porzioni, tutto mi diviene più chiaro e ogni tassello prende il suo posto. Avevo avuto già la sensazione che Livia a volte mangiasse non per il gusto di farlo ma per evitare che le venissero fatte troppe domande. Così era stato. Mi era capitato di prenderla in giro o di chiederle spiegazioni sul perché i nostri piatti abbondassero e il suo invece fosse sempre così scarno. Mi rispondeva sempre un po’ allo stesso modo, dicendomi di non avere tanta fame. Livia era in grado di passare anche un’intera giornata senza mettere niente in bocca. Provai senso di colpa. Ce l’avevo davanti e non avevo capito quello che accadeva quotidianamente a quella ragazza. Prima che io partissi, ne parlammo ancora e lei aveva più volte sottolineato di aver superato quel malessere. Diceva di aver smesso di vomitare ormai da tempo. Probabilmente era tutto vero, ma la mia paura più grande è che la cosa non fosse mai del tutto passata. Avevo il timore che tutto potesse procedere per il meglio, almeno fino a quando nient’altro di negativo le fosse accaduto nella vita. I battiti del mio cuore aumentano, le mie mani iniziano a sudare, come chi fa una scoperta inaspettata. E’ così che mi sento. Ora ne sono convinta: Livia, in fondo, non ha mai superato completamente questo problema. Probabilmente l’illusione di esserci riuscita la tiene ancora in equilibrio. Forse questa potrebbe considerarsi come una strategia di sopravvivenza accettabile, ma quanto sarebbe potuta durare? Ebbi l’impulso di mollare quell’aereo e di tornare da lei e parlarle, come non ero riuscita a fare quell’ultima sera. Ma la realtà riprese il sopravvento su quei pensieri e dovetti rendermi conto che non ero io la persona adatta o capace di salvarla. L’amore, l’affetto per una persona non può sempre risultare come la soluzione ad un problema o addirittura bastare. Questo di certo aveva l’esigenza di essere affrontato anche con persone competenti del campo. Mi sentivo dannatamente triste e impotente. Era una sensazione deprimente e mi faceva rabbia. Qualcuno una volta mi aveva detto che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, non so però se questo fosse il caso di Livia. Dovevo forse accettare l’idea che si aiuta chi per primo tenta di aiutarsi da solo? Riuscivo solo a farmi mille domande e tutte senza nessuna degna risposta. Chi ero io? Una brava ascoltatrice incapace di dare le giuste risposte? Non ero in grado di farlo con me, come potevo pretendere di uscire dal quell’aeroporto e andare a parlare con Livia? Cosa avrei mai potuto dirle, per convincerla che a trent’anni non si deve sopravvivere, ma vivere? Non ero nessuno e questo mi logorava. Annunciarono il mio imbarco. Se avessi preso quell’aereo, nel giro di un’ora sarei stata lontana dal quel problema centinaia di chilometri. Sarei ritornata alla mia vita, alla mia quotidianità. Se l’avessi fatto quanto grande sarebbe stato il mio egoismo? Se fossi tornata da Livia, cosa avrei mai potuto fare di buono? Domande su domande e risposte che tardavano ad arrivare. In quell’istante odiai ancora di più lo scorrere del tempo. Non mi lasciava spazio per riflettere. Mi vennero alla mente alcune delle sue parole… «Ho bisogno di essere amata.» Mi alzai e mi misi in fila per l’imbarco, lo feci senza pensare. Diedi la mia carta d’imbarco e i miei documenti all’hostess e attraversai quella porta. Camminai lungo quel tunnel collegato all’aereo mobile. Livia probabilmente cercava l’amore, cercava nell’amore la capacità di rimanere in equilibrio su quella corda tesa che è la vita. Riponeva nell’amore la fiducia di restare in piedi, nonostante tutto. Sprofondai pesantemente nel mio posto e allacciai la cintura. Pochi minuti più tardi, quell’aereo si staccò dal suolo e prese il volo. Io intanto cominciai a mettere in atto i suoi consigli per evitare che le mie orecchie iniziassero a scoppiettare, mentre quella città diventava sempre più piccola e quel lembo di terra cominciò ad assomigliare a una lingua stesa nel mare. Livia era laggiù, con i suoi problemi e con quella grande voglia di non cadere mai più. Io quel grande desiderio l’avevo visto ed avevo pensato che fosse uno dei suoi più grandi pregi. Un altro pezzo di vita mia finiva quel giorno, pensai.

Funambola

 

Ce l’avevo fatta a riaprire quel quaderno e a leggere quella storia. Ripensai a lei e la immaginai di ritorno da un’uscita lunga una notte. La immagino mentre adagia il suo mento sul finestrino della macchina e si lascia trasportare da un orizzonte infinito. Quell’orizzonte testimone di tanti momenti, che in fondo quell’esistenza l’hanno segnata, ma che l’hanno resa anche la splendida persona che io ho conosciuto. Torna a casa e si dirige verso il letto, in un’ora che andrebbe vissuta e non persa con il sonno. Vedo la sua camera ormai inondata dai raggi del sole, che scrutano i suoi pensieri. Quella stanza è ormai piena di luce, la vedo come il contenitore di tanti pezzi di vita, la sua vita. Non sono più tanto convinta che non sia realmente come dice Livia, in fondo anch’io mi sento come se avessi vissuto tanti pezzi di vita. Ognuno, probabilmente con una faccia diversa, ma pur sempre con la stessa anima. Le lancette dell’orologio scandiscono il tempo che se ne va e non ritornerà più, proprio come quel pezzo di vita che Livia mi ha regalato e mai più sarà come è stato. I miei pensieri sono ancora qui che cercano una dimensione e un coraggio che forse non troverò mai, per come me lo sono sempre immaginato. Forse quando quel momento arriverà, mi toccherà portarmi dietro il rimpianto di non aver affrontato prima tutto questo. Per ora chiedo venia al tempo e aspetto che arrivi quel momento.

 

..fine… Jojò

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commenti
  1. Tanina ha detto:

    Il nome giusto… Basta trovare il nome giusto a tutto,che sia dolore,”malattia” ,amore,felicità,gioia.dolore…tutto ha un nome? Forse anche il mio,il tuo o di chi legge,ognuno vive quello la vita offre,ma leggerti mi ha fatto fare un viaggio megagalattico dentro la vita… E forse apprezzerò ogni istante,bello e brutto,perché alla fine”Comunicare la verità è soffrire; se non soffri, infatti nemmeno comunichi la verità”. Grazie!

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  2. Tanina ha detto:

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