Leggendo Funambola…parte 4

Pubblicato: 4 febbraio 2016 in Leggendo Funambola
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Come una funambola

 

Di nuovo giù dal filo

Quella sera, dopo che Edo andò a dormire, Livia mi offrì un bicchiere di vino e, sedute comodamente sul nuovo divano, cominciammo a chiacchierare. Mi raccontò ancora di suo padre. Notai una Livia diversa quella sera, quel sorriso venne velato da una brutta malinconia e mi resi conto, mentre parlava, che ne aveva un forte bisogno e probabilmente era la prima volta che si apriva così tanto. Mi raccontò della separazione dei suoi genitori e di quando suo padre, tornato, si era rifatto una vita con un’altra donna. Lei aveva un buon rapporto con entrambi e di questo era molto contenta. Sua madre continuava la sua vita un po’ confusa, ma le intromissioni nella vita di Livia ormai si erano ridotte notevolmente e questo non poteva che farle bene. Gli ultimi anni, in qualche modo, erano trascorsi in maniera serena, ma c’era sempre qualcosa che, di tanto in tanto, disturbava quella quiete. La madre, come sottolineava Livia. Non sapeva chiamarla in nessun altro modo, diceva. Lei che ormai mamma lo era da dieci anni, si rifiutava di credere che mamma si potesse essere anche come la sua lo era stata con lei. Forse il vizio dell’alcol, forse un carattere che non aiutava, questa donna tentava a volte delle intromissioni, che mandavano Livia su tutte le furie. Ci fu una pausa di silenzio. Livia interruppe il suo racconto e iniziò a prepararsi una sigaretta con il tabacco. Tentai di replicare in qualche modo, ma certi racconti fatti con la rabbia mi creavano più momenti di riflessione che momenti di replica. Era evidente come la sua rabbia negli anni non si fosse acquietata. Doveva aver sofferto molto, povera ragazza.

“Viola sai com’ è morto mio padre?”

Mi prese alla sprovvista con quella domanda e mi gelò il sangue nelle vene.

“In verità Livia, lo so… l’ho letto su internet.”

“Già, su internet ci sono diversi articoli che ne parlano, ma quegli articoli non raccontano tutto. E’ successo circa un anno fa, di sabato sera.”

Sarebbe dovuta uscire con i suoi amici, ma da un paio di giorni sentiva dentro di sé una strana inquietudine. Cercava di ricacciarla come meglio poteva. Quella sera preferì restarsene a casa.

“Credo fosse giovedì, quando mi arrivò una telefonata di mio padre. Parlammo come al solito, ma poi ci salutammo in modo strano. Devi sapere che papà, anche dopo la separazione, ancora non riusciva a liberarsi di quella donna che è mia madre e credo che ci fossero momenti in cui addirittura la temeva. Insomma, tornando alla telefonata, papà concluse chiedendomi scusa se negli anni della separazione lui era stato lontano, ma mi amava più della sua stessa vita mi disse e io non dovevo dimenticarlo. Capisci Viola? Questa è l’ultima telefonata di mio padre. E’ stata l’ultima volta che l’ho sentito prima di quella maledettissima notte.”

Livia fece una pausa e si riempì il bicchiere. La lasciai continuare. Decise di restare a casa quella sera e, poco prima di mezzanotte, se ne andò a letto. Ricordò di aver fatto un sogno strano, agitato, si trovava nel letto e accanto a lei suo padre. Non ricordava nient’altro, solo che ad un tratto il telefono iniziò a squillare.

“Mi alzai e andai a rispondere. Non è che capii molto all’inizio, mi ricordo solo che qualcuno dall’altra parte del telefono urlava: ‘E’ morto è morto’. Era mia madre che riusciva solo a urlare quella parola e fu capace di aggiungere che dovevo correre lì, perché papà era morto e stava là, a terra. Non mi disse nient’altro. Non puoi immaginare il mio stato d’animo. Andai in camera, mi misi addosso qualcosa e ricordo di essere uscita per strada. Non è che avessi capito dove dovevo andare, mi sentivo imbambolata e camminavo. Udivo non lontano da me delle sirene, però credo di non essere stata più molto cosciente. Ricordo che mi squillò il telefono, era mio cugino che mi chiedeva dove fossi. Non ero in grado di spiegarlo. Non capivo più davvero nulla. Alla fine ci sono arrivata da sola sul luogo dell’incidente, un po’ mi ci sono trovata. C’era un sacco di gente e ricordo che il lampeggiante dell’ambulanza mi abbagliò tremendamente. Feci per girarmi e vidi a terra un corpo. Era papà.”

Dopo il buio e basta. Si risvegliò tra le braccia di un uomo, forse un amico di suo padre. E, in piedi davanti a lei, con indosso già l’abito da vedova… sua madre. Ancora una volta quella donna imponeva la sua presenza, in un luogo che non la meritava affatto.

“Viola, ti rendi conto? Mia madre, aveva già iniziato a fare la vedova; non mi si è avvicinata, non si è presa cura di me. Mi ha lasciato lì, senza neanche dirmi una parola. Quella notte ho perso mio padre. Mio padre aveva perso la vita in un incidente stradale.”

Livia concluse così quel racconto. Ne rimasi colpita nel profondo. Non potevo non notare quanta rabbia si percepisse nelle sue parole. Era tanto arrabbiata e non faceva nulla per nasconderlo. Come darle torto?

“Livia ma perché tuo padre correva?”

“Non lo so Viola, io conoscevo mio padre. Non amava la velocità, io almeno non l’ho mai visto correre in macchina, per cui spero davvero che, in qualche modo, prima o poi si possa venire a capo di questa cosa. Questo pensiero mi perseguita da quella notte, ma purtroppo ancora non abbiamo delle risposte.”

Non riuscivo a smettere di pensarci: suo padre, l’uomo lumaca della strada, aveva perso la vita a causa della velocità. Era chiaro quanto tutta questa storia l’avesse segnata profondamente. Mi raccontò quanto i giorni e i mesi seguenti fossero stati difficili. Non riusciva più a dormire e, quelle poche volte che si addormentava, riviveva quella notte di panico e la scena dell’incidente. L’unica cosa che le lasciava ancora mantenere i contatti con la realtà era l’amore che aveva per Edo. Mi raccontò di come le giornate, dopo quella tragedia, trascorrevano lente e silenziose. Stava male Livia, di giorno si occupava di Edo, lo aiutava nei compiti, giocava e sorrideva insieme a lui, ma di notte, quando si ritrovava da sola in quella stanza, piangeva. Quella stanza era diventato il contenitore di tutte le piú brutte emozioni di Livia.

“Sai Viola quando ho ripreso ad uscire? E soprattutto come? Una mattina mi si presenta mia zia a casa con una bicicletta, quella del nostro incontro.”

“Ma dai Livia, questa è una cosa bellissima.”

“Sì vero e non sai quanto oggi io sia affezionata a quella bicicletta.”

Pensai quanto poco in fondo potesse bastare per far stare bene quella ragazza. Mi venne in mente quella donna che era sua madre e mi fece non poca rabbia. Come si può non provare a proteggere un figlio? Quella che Livia mi aveva raccontato era una di quelle tragedie  che si spera di non provare mai nella vita e quella donna non si era piegata neanche davanti a tutto questo dolore! Provai un grande senso di tenerezza. Mi ripiombarono addosso i miei pensieri e mi sentii in colpa per aver continuato a credere, per anni, che le mie scelte in qualche modo dovevano restare mie e che non era necessario condividerle con la mia famiglia. Pensai a mia madre e feci fatica a farmi ritornare alla mente momenti di litigi o incomprensioni. Non ce n’erano mai stati in fondo, non più di quelli che sono soliti essere presenti all’interno di una famiglia, come tante. Mio padre, un uomo sicuramente molto rigido ma profondamente sensibile, lui lo sapeva dire ti voglio bene, a differenza di me. La tensione sulle mie spalle si fece più pesante e tentai di non pensarci. Feci di tutto per distrarmi, giocherellai con il telefono, ma niente. Non riuscivo a non sentirmi in colpa. Io li avevo condannati e giudicati senza dare loro l’opportunità di appellarsi ai loro pregi, alla loro immensa sensibilità. In fondo, nonostante tutto, non riuscivo a figurarmi quel momento, il momento in cui, trovandomi davanti a loro, avrei dovuto dire: “Mamma, papà, sono io, sono sempre la stessa bambina che avete cresciuto. Sono la donna di cui oggi voi siete orgogliosi… mamma, papà, io…” Il buio, non riuscivo neanche a pronunciarla da sola quella frase. Pensai a Livia e mi resi conto di quanto dovevo ritenermi fortunata, ma, nonostante tutto, non ce la facevo proprio a terminare quella benedettissima frase. Intanto anche Livia stava lì, immersa nei suoi pensieri. Guardammo l’orologio e ci stupimmo nel capire che avevamo fatto notte a chiacchierare. Andammo a letto e mi fece piacere notare quanto Livia si fosse distesa dopo avermi raccontato di quella notte e dei giorni seguenti. Non riuscii ad addormentarmi subito, pensavo a quel papà così giovane e così vivo. Pensavo al suo terribile destino causato da chi o da cosa. Mi addormentai.

 

Pescefescio

Avevo puntato la sveglia quella notte e, intorno alle sette, iniziò a suonare. Feci fatica ad alzarmi ed abbandonare quel tepore sotto le coperte, ma avevo voglia di accompagnare Edo a scuola insieme a Livia. Si stupirono entrambi quando mi videro in piedi e già pronta di tutto punto. Uscimmo di casa e ci dirigemmo verso scuola. Non era la prima volta che mi ritrovavo davanti a scuola di Edoardo, ma quella mattina, più del solito, notai con quanta discrezione Livia accompagnava quell’ometto a scuola, il modo in cui da fuori il cancello, con lo sguardo lo seguiva all’interno della scuola. Era diversa dalle altre mamme, alcune con le macchine in doppia fila a creare il panico, altre davanti alle porte di scuola intente a scambiarsi chiacchiere, nell’attesa che la campanella suonasse. Livia no, sceglieva puntualmente sempre lo stesso posto e, in disparte, aspettava. Appena Edo usciva da scuola e trovava la sua mamma, le porgeva lo zaino che, buffamente, risultava più grande di lei. Lo portava su una sola spalla la sua mamma, durante il tragitto che facevano per tornare a casa. Quella mattina, dopo aver lasciato Edo a scuola, prendemmo la macchina del nonno e accompagnai Livia a comprare un pesciolino. Aveva quest’abitudine lei, un nuovo pesciolino diventava membro della famiglia quando accadevano degli avvenimenti speciali. La nostra amicizia pare fosse uno di quelli ed ebbi l’onore di aiutarla a scegliere il nuovo membro dell’acquario: Pescefescio! Ci facemmo un sacco di risate quando decidemmo il nome di quel pesce: era tutto maculato, una livrea bianca e nera che ci fece pensare a qualcosa di fashion, da lì il nome Pescefescio. Livia era davvero una persona speciale e piena di qualità, ma allo stesso tempo risultava essere così ermetica, che ci misi un po’ a cogliere le sue notevoli capacità. Era molto brava a disegnare, era un’eccellente cuoca, lavorava con le mani diversi oggetti, incideva il legno, un portento di capacità, ma tutte estremamente sigillate dentro di lei. Non mi piaceva quello che vedevo, non mi sembrava giusto per lo meno. Gli aspetti crudeli del suo destino l’avevano probabilmente cambiata nel tempo e, forse, l’avevano resa ormai succube del corso degli eventi. Non smuoveva un sassolino Livia per se stessa. Fu interessante scoprire che il papà di Livia, oltre ad abile fotografo, fosse anche un bravo pittore.

“Livia hai molto di tuo padre.”

Glielo dissi un giorno, mentre mi mostrava alcuni suoi quadri. Era davvero così: dal sorriso identico all’amore per l’arte, per il mare.

“Devi osare di più secondo me, devi credere di più nelle tue pontenzialità e da qualcosa devi ripartire, non come mamma, ma come donna.”

Durante una delle nostre tante chiacchierate, fu il primo consiglio che dispensai a Livia. L’avevo molto ascoltata e osservata nel tempo e quelle parole mi uscirono con una tale spontaneità che la cosa stupì anche me. La risposta di Livia invece non mi stupì molto, sentii uscire dalla sua bocca un lieve «lo so». Era chiaro che non fosse pronta per rialzarsi da quell’ennesima caduta, per lo meno non lo era ancora totalmente. Livia alternava momenti di grande malinconia a momenti di allegria e quando quel sorriso arrivava, sapeva come contagiarti. Si dilettava con la cucina ed era un piacere assaggiare e giudicare i suoi piatti. Sulla scelta del vino, però, lasciava sempre scegliere me. Quando andavamo a fare la spesa, Livia mi lasciava davanti agli scaffali del vino e lei intanto andava avanti col carrello. Tornava a prendermi quando c’era da raggiungere la cassa e, puntualmente, mi ritrovava eternamente indecisa senza nessuna bottiglia in mano. Finivo per scegliere di corsa sempre lo stesso bianco. Notando la mia sveltezza nello scegliere, ma soprattutto la varietà della scelta finale, un giorno Livia decise di farmi assaggiare un vino aromatizzato alla mandorla. Non è che io abbia un buon rapporto di gusto con le cose estremamente dolci, ma si ostinava a ripetermi che avrei dovuto invece provare, garantiva lei per quella bottiglia. Cedetti alle risate di Livia ed Edoardo e portai alla bocca quel nettare. Degustai buffamente, mentre intanto loro mi guardavano, come se davanti avessero avuto un giudice… sentenziai:

“Livia, ma questo è un connubio perfetto. Uno sposalizio di gusti.”

Cercai di pronunciare quella frase mantenendo un certo tono di voce, ma il tentativo durò pochissimo e scoppiai in una risata, che mi fu traditrice fin da subito. Provai a lodare tutto quello che avevamo mangiato, nella speranza di salvarmi da quella gaffe, ma il tentativo fu pressochè inutile e Livia continuò a prendermi in giro per tutto il giorno. Nel pomeriggio facemmo un passeggiata in centro. Momento conclusivo di ogni nostra passeggiata era l’aperitivo. Lo spritz era diventato meta fissa delle nostre passeggiate. Era piacevole chiacchierare e ridere con Livia ed era diventato un po’ come un rituale che mi raccontasse di lei. Le avevo parlato di quanto la sua storia mi avesse colpito e di come avrei trovato interessante scriverla. Livia aveva accettato di buon grado e anche questo fu motivo delle nostre lunghe ed intense chiacchierate. Aveva imparato a parlarmi, senza alcun freno o omissione.

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