Leggendo Funambola…(parte 3)

Pubblicato: 28 gennaio 2016 in Leggendo Funambola
Tag:,

funambola spiaggia

 

By the way

 

 

Fu bello rivedere Edo al ritorno da scuola, aveva un viso pieno di gioia nel ritrovarmi e questo mi rese felice. Ricordo ancora il pranzo di quel giorno, mangiammo una spigola sfilettata ad arte con del salmone: la spigola salmonata. Livia mi raccontò come quella ricetta le ricordasse suo padre, perché era lui che gliel’aveva insegnata. Una ricetta rivisitata e resa buona come io l’avevo trovata. Fu un pranzo pieno di chiacchiere e di sorrisi e con Edo ci divertimmo molto a prendere in giro Livia, che, in quanto a permalosità, ne aveva da vendere. Passammo il pomeriggio all’insegna della pigrizia e del divertimento, a suonare dei piccoli djambè accompagnati dalla terribile melodia che Livia si ostinava a produrre con il flauto di Edo. Riuscimmo a levarglielo solo dopo che ci fece un concerto intero e dopo che la parola “piadina” riempì i nostri preparativi per la cena. Ero di nuovo con quelle persone che erano riuscite a diventare speciali in un tempo da record e solo a tarda sera, quando la notte mi riportò la calma della solitudine, mi resi conto di quanto quello che stessi vivendo aveva assunto un valore inestimabile. Un pezzettino di vita pregno di cose belle e di tanto affetto. L’indomani, dopo aver accompagnato Edoardo a scuola, decidemmo con Lidia di fare una passeggiata sul lungomare. Ci ritrovammo a parlare e non fu necessario che io facessi molte domande, Livia parlò per ore e riuscivo a percepire il bisogno che ne aveva. I suoi racconti non mi lasciarono molta voglia di replica. Parlammo così tanto, che ci rendemmo conto, solo per caso, che erano passate delle ore e Edo sarebbe uscito da scuola di lì a poco. Ci incamminammo verso scuola e fu lì che Livia mi raccontò della sua gravidanza e della nascita di suo figlio.

Mi riempì il cuore quel racconto: lei, una giovanissima ragazza che alcune ore prima della nascita di quel piccolino, ascoltava e ballava sulle note di una nota canzone dei Red Hot Chili Peppers, “By the way”. Ci facemmo un sacco di risate e, quando Edo uscì da scuola, gli domandai se conoscesse quella canzone. Di tutta risposta intonò qualche parola. -Fantastico!- pensai. Alchimia pura.

Quel pomeriggio, dopo pranzo, tornammo in quel paesino sul mare che mi aveva stregato e rubato il cuore la volta prima. C’ero stata sul calare del sole, ma quel giorno era ancora abbastanza presto e mi sembrò di essere arrivata in un posto nuovo. L’odore del pesce fresco risvegliò i miei sensi e Livia, notando il mio entusiasmo, mi disse di seguirla sulla spiaggia. Un sacco di pescatori con piccoli banchetti vendevano il pesce appena pescato. Io non ero abituata a questi mercati di pesce. Era tutto troppo surreale per me, una dimensione fiabesca e divertente allo stesso tempo. Tutti che parlavano con tutti, non sembrava ci fossero estranei in quel pezzo di mondo e nemmeno io risultavo estranea agli occhi degli altri. Alcuni pescatori mi parlarono, ma in un dialetto che stentai a comprendere. Ero estasiata. Mentre mi guardavo intorno ammirata da tutte quelle novità, vidi non lontano da me un signore imbellettato, un uomo non molto anziano e molto distinto. Era vicino al suo bancone, ma spiccava rispetto a tutto il resto: se ne stava là, in piedi, nel suo completo grigio scuro gessato, con in testa la sua coppola, rigorosamente intonata al resto. Tutti gli altri si affannavano a gridare, per richiamare l’attenzione dell’acquirente sul loro banchetto, lui invece no. Anche le sue mosse erano diverse: si spostava con un moto fluido ed elegante, un breve inchino del capo alla signora che aveva appena ritirato la sua busta azzurrina. Per un attimo pensai si trattasse di un visitatore, proprio come me, ma Livia mi spiegò che era un pescatore che amava vendere il suo pescato con classe. Ci avvicinammo e mi venne una gran voglia di chiedere a quell’uomo di raccontarmi la sua storia. Livia mi raccontò che il suo papà aveva conosciuto quell’uomo così particolare e gli aveva scattato anche delle foto.

“Te le mostrerò più tardi”

mi disse.

Mi sentivo come una bimba al luna park. Era tutto magico, ma vivo allo stesso tempo. Mi risultava difficile credere che cose del genere esistessero ancora. Io vivo da diversi anni in una città grande come Roma e solo in quel momento mi resi conto di quanto la frenesia mi aveva resa prigioniera. Rischiavo di perdermi un mondo puro e genuino. Tornammo a casa e io ero davvero felice di trovarmi lì e di aver passato un pomeriggio tanto emozionante. Mi precipitai a prendere il mio quaderno, dove avevo deciso di tenere traccia di quel viaggio. Non potevo non scrivere di quel pomeriggio unico. Cenammo tutti e tre insieme e, avendo ancora dello spazio nello stomaco, decidemmo di mangiare dei marshmallow infilzati in una forchetta tenuta sul fuoco del fornello. In effetti, nonostante il mio amore per queste “pallocche” morbide, mi riempiì quasi subito e cedetti all’impresa dopo pochissimo. Edoardo non ne voleva sapere di andare a dormire, eravamo probabilmente tutti troppo carichi, dopo quel magico pomeriggio. Alla fine però, anche quell’ometto crollò e io e Livia ci rintanammo sul balcone. Fumando qualche sigaretta, continuammo a parlare. Fu lì che mi mostrò le foto fatte da suo padre al mercato del pesce a quell’uomo così tanto bizzarro. La stanchezza scese pure per noi e decidemmo di andare a letto. Quando mi ritrovai nella mia stanza, tuttavia feci molta fatica ad addormentarmi, continuai a rigirami nel letto, fino a quando non decisi di riaccendere la luce e prendere il mio quaderno. Non me ne resi quasi conto e cominciai a scrivere.

Il divano

 

 

Un bambino dolce e tirato su bene, vicino alla sua mamma non sembrava altro che il suo piccolo fratellino; una brava mamma. Una mamma che, a stento, riusciva a prendersi cura di sé, rimandava e questo probabilmente era il suo modo per restare a galla. Non pochi eventi avevano segnato la sua vita, un’infanzia più simile a una catastrofe che ad altro. Una madre, la sua, particolarmente umorale, che aveva forse smesso di fare la mamma troppo presto. Il vizio dell’alcol che impediva loro di avere un rapporto normale. Non era semplice vivere in quella casa e spesso alcune situazioni l’avevano portata a pensare di scappar via. L’amore per i suoi fratelli, più piccoli di lei, l’avevano fermata puntualmente tutte le volte. In fondo, qualcuno doveva prendersi cura di quei bambini. Stava male. Il suo papà era lontano e a lei quella figura, che probabilmente idealizzava, mancava molto. Non le era possibile contare su di lui, perché quella madre, in un modo o nell’altro, glielo aveva sempre impedito. Arrivò il giorno in cui l’ennesima litigata la portò a scappare via di casa. Fu in quel periodo che conobbe il padre di suo figlio, una storia durata un paio d’anni. Un amore altalenante e un uomo che, alla fine, decise di non volerlo quel figlio. Livia si ritrovò da sola, ma decise di portare avanti lo stesso quella gravidanza e di tornare a casa. Passo dopo passo, cercò di contare solo sulle proprie forze e da quella lotta incessabile con la vita nacque il suo meraviglioso bambino. Le sembrò di aver finalmente raggiunto una tregua, tutto ciò con cui conduceva da sempre una tumultuosa guerra, si era per un po’ acquietato; sua madre: non avevano un rapporto tra i più idilliaci, ma sembravano aver trovato un loro equilibrio. Non durò molto.  Ancora una volta quella madre decise di intromettersi nella sua vita, non come farebbe una mamma e fu lì che Livia non ebbe più nessun dubbio: doveva andare via una volta per tutte. Fu accolta a casa dei nonni, persone che avevano deciso di non condannarla, ma di accoglierla con amore e di accogliere e crescere insieme quel bimbo, che non meritava quello che la mamma aveva già passato. Edo cresceva. In verità cresceva insieme alla sua mamma, ancora molto giovane. I brutti momenti sembravano ormai archiviati. A volte facevano ancora male, ma in fondo tutto il resto sembrava la giusta cura per guarire da tutto quel male. Il tempo trascorreva calmo e Livia tentava di riprendere in mano la sua vita, usciva con i suoi amici e si innamorava. Lontano da quella casa, specificava. Lontano da quel bimbo che voleva proteggere più della sua stessa vita. Mi addormentai con in mano la penna e con il viso su quel quaderno. L’indomani dovetti fare non poca fatica per raddrizzare la mia povera schiena, provata da un sonno fatto nella più assurda delle posizioni. Edo era già andato a scuola e io non mi ero svegliata. Trovai Livia in cucina, intenta a preparare un caffè.

“Buongiorno… perché non mi avete svegliato?”

“Buongiorno Viola! Ho pensato avessi bisogno di dormire. Stanotte mi sono svegliata e ho visto la luce accesa nella tua camera e allora ho pensato di lasciarti dormire.”

“Oddio, spero di non avervi disturbato… non riuscivo a prendere sonno.”

“Beviti un caffè Viola, credo tu ne abbia bisogno!”

“Sì, decisamente. Ho bisogno di essere rimessa al mondo.”

Feci colazione in silenzio, mentre Livia si preparava la prima sigaretta del mattino. “Tuo nonno dov’è?”

Ruppi il silenzio, in maniera decisamente incalzante.

“Al mercato, almeno fa una passeggiata. Noi, se ti va, possiamo fare un salto a fare la spesa e poi siamo libere di andare dove vuoi.”

Annuii e andai a farmi una doccia. Ero proprio a pezzi, ma mi sentivo davvero di buon umore e sapevo che una boccata d’aria mi avrebbe fatto sentire ancora meglio. Era una bella giornata, il sole sembrava risplendere più del solito tanto, che dovetti frugare nella borsa, alla ricerca dei miei occhiali da sole.

-Decisamente un altro approccio visivo- pensai. Passammo anche noi al mercato, per fare la spesa. Se avessi chiuso gli occhi, l’odore del pesce fresco misto all’odore della frutta mi avrebbero trasferito intorno ad una tavola imbandita di piatti esotici. Non mi capitava spesso di andare al mercato e quella passeggiata, un po’ come il giorno prima, mi entusiasmò moltissimo. Vongole che schizzavano, telline, odore di baccalà, fasolari, tranci di tonno… mi sarei seduta volentieri a tavola, pensai, tanto era evidente la freschezza di tutto quel pesce. Livia mi destò dai miei pensieri.

“Viola, se hai finito di sognare, passiamo a casa a lasciare la spesa e poi andiamo a fare un giro.”

“Ok ok, Livia. Comunque qui sognare è d’obbligo.” Risposi, tentando di ritornare alla realtà. Passammo da casa e notammo in cucina una quantità di pesce notevole: il nonno aveva deciso di non farci morire di fame, pensai. Pesce sommato a pesce, ne avevamo per un esercito. Da qualche anno la nonna di Livia ormai non c’era più e nonno Italo non perdeva occasione di prendersi abbondantemente cura di Livia ed Edo, con iniziative personali che lo rendevano l’uomo più dolce del mondo. Mentre mettevamo in ordine la spesa, suonarono alla porta.

“Nonno, ma cos’ è questo scatolone?”

“Accattai ‘nu divanu…”

Era rientrato nonno Italo in compagnia di due uomini, che lo stavano aiutando a trasportare un grosso scatolone. Livia scoppiò a ridere dell’ennesima iniziativa personale del nonno e io le andai dietro, senza alcun freno. Decidemmo di restare a casa quella mattina; tra l’abbondanza di pesce e un divano da montare, fu più semplice rimandare le nostre passeggiate.

Livia preparò un pranzo speciale e buonissimo e insieme montammo quel divano, che diventò subito testimone di lunghe chiacchierate serali per il resto dei giorni che trascorsi da loro.

…to be continued…

Jojò

Annunci
commenti
  1. Donato Capozzi ha detto:

    Mi piace il tuo stile!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...