Leggendo Funambola…(parte 2)

Pubblicato: 21 gennaio 2016 in Leggendo Funambola
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Tasselli di vita

 

 

Il tempo trascorreva più veloce del solito, almeno questa era la mia percezione. Dovevo ripartire, ma sentivo forte la necessità di ritornare, c’era ancora molto da scoprire di quella terra e tanto da vivere e come l’avrei fatto con Livia, sapevo che non sarebbe piú successo con nessun altro. Ci salutammo in una piazza e sotto a un sole che ancora riuscivo a sentire caldo sulla mia pelle. Tornai alla mia vita, alla mia routine. I miei problemi erano lì, sembrava quasi che mi stessero aspettando. Avevo pensato che la solitudine avrebbe potuto fare al caso mio, invece vivere quelle persone non mi aveva solo distratto o tenuta lontana dai miei pensieri, mi aveva fatto venire una grande voglia di vivermela tutta questa vita, viverla pensando che, al di là di tutto, c’è sempre qualcosa di buono da condividere con gli altri. A me mancava la forza che manca a chi, per troppo tempo, ha vissuto come un vigliacco. Perseverare era l’unica semplice azione che riuscivo a svolgere e la tensione sulle spalle tornò come un macigno. Mi sentivo schiacciata da un’esistenza forzata per molti versi, a volte c’erano giorni in cui urlare e arrabbiarmi con il resto del mondo mi sembravano l’unica cosa che poteva farmi stare meglio e invece me ne ritornavo nel mio angolo, pensando che avrei avuto ancora un po’ di tempo e continuare quella farsa mi avrebbe aiutato a decidere. C’erano dei momenti in cui mi sentivo un po’ come un’extraterrestre, mi rifiutavo di pensare, rimandavo a domani. Il fatto è che avevo le mie risposte, ma zero coraggio per metterle in atto. Livia invece mi sembrava proprio il contrario di me, un coraggio che invidiavo, una forza che non riuscivo a capire come potesse esistere e da dove arrivasse.

Ero proprio ritornata a casa, le solite corse erano riprese a pieno ritmo. Con Livia ci sentivamo di tanto in tanto, fortunatamente la tecnologia oggi te lo permette in mille modi, basta solo decidere quale usare. A volte succedeva che ci facessimo delle telefonate, ma non accadeva poi così spesso. Avevamo preso l’abitudine di parlarci in chat la sera o quando il tempo ce lo permetteva. Quando non la sentivo, mi capitava spesso di pensarla e di pensare a quella malinconia che a volte le segnava il viso. Mi aveva parlato tanto di suo padre, avevo capito che non c’era più, ma non mi aveva mai detto come fosse morto. Una domenica mattina, mentre cercavo delle cose su internet, mi ritornò alla mente quel dubbio sul papà di Livia e, senza pensarci troppo, feci una ricerca. Fu terribilmente triste quello che lessi. In quel momento mi fu tutto più chiaro, anche il perché a volte Livia, durante le nostre passeggiate, si chiudesse in un silenzio tanto malinconico. Molti di quei posti che mi aveva fatto conoscere, era chiaro quanto le ricordassero suo padre. Una sera ci ritrovammo a chiacchierare in chat e mi resi conto fin da subito che quella per Livia non era la migliore delle serate. Mi disse che, dopo poco, sarebbe uscita con i suoi amici. Tra di noi iniziò una conversazione un po’ insolita, la sua tristezza si fece spazio tra quelle parole. Credo volesse farmi capire quanto nella sua vita mancasse l’amore di una persona che ti sta a fianco. Le sue parole tristi e malinconiche mi rendevano un’ascoltatrice attenta e silenziosa.

-Cerca me e non so se questo è il punto, non so se questo possa diventare una responsabilità. La felicità di qualcuno può sempre dipendere dagli altri?-

Sono queste le domande che ogni tanto rendono scomposti i miei pensieri. Continuo ad ascoltarla e tento di salvaguardare i suoi pensieri disinibiti dall’alcol, ma forse ho sbagliato, perché ha smesso di parlarmi. Credo che tante volte sia difficile proteggere qualcuno da se stessi. Qualcosa, a questo punto, mi destabilizza, forse vedo in lei qualcosa di simile a me e, invece di risponderle, penso a cosa sia giusto fare: tento di salvaguardare lei dai suoi pensieri o forse il tentativo è di salvare me stessa? Lei continua a parlarmi e mi lascia addosso la necessità di scrivere, di raccontare di lei.

Le chiedo ancora di parlarmi oppure di non farlo più e le confido che ho capito molto di lei in questo lungo periodo, ho capito molto più di quanto immagini. La mia discrezione ha fatto la differenza e forse questo lei non lo sa. Ha bisogno di domande per uscire fuori e le dico che allora non sono io quella giusta. Non riesco a entrare nella vita di qualcuno, come farebbe un giornalista con un suo articolo. Ho necessità che mi possa parlare come se il suo fosse un monologo. Mentre mi parla, rimbomba in me un’unica frase: «ho bisogno di essere amata.» Già, ha bisogno di essere amata! Non riesco a pensare ad altro. L’amore a volte risulta essere una ragione di vita, forse la ragione di amare rende la vita quello che è. Penso a me e vorrei dire a Livia che amare, a volte, non basta se non si è liberi nell’anima di farlo. A volte non è nel destino o negli altri che si incontrano delle barriere. A volte siamo noi i primi nemici di noi stessi, siamo noi che ci ingabbiamo come animali da circo e facciamo quello che il nostro pubblico si aspetta. Mi parla della sua vita come se fosse fatta di tasselli, li elenca e li dettaglia, mi leva il fiato e aspetta che, in qualche modo, da parte mia arrivi una replica. Lei aspetta, io continuo a riflettere, scrivo, cancello, riscrivo. Continuo a chiedermi quale risposta sarà mai tanto appropriata per farle sentire che in fondo io ci sono, sono con lei. Bah, forse nessuna. Mi sorge spontanea una domanda, ma la farò a me stessa, in fondo mi rendo conto che lei una risposta non ce l’ha. Lei dov’è in tutto questo dolore? Parla della sua piccolissima vita, non tanto bella, dice. Mi parla di un figlio e di come sia venuto al mondo. Parla di lui e quella voce cambia, quel sorriso speciale arriva e allora mi dico che un modo per scacciare la nube forse c’è. Forse lei non lo sa, ma nella sua vita il sorriso c’è e la felicità arriva. Mi rendo conto solo in quel momento che Livia non ha la minima percezione di quanto sia forte e coraggiosa, non si rende conto quanto tutto questo sia evidente per chi la guarda e l’ascolta da fuori. Livia non si ama quanto dovrebbe, probabilmente e questa mi sembra la cosa più grave. Mi chiede se può raccontarmi del suo ultimo pezzo di vita, se può partire da qua. Non posso che rispondere che io ci sono, sono qui che aspetto che sia lei a parlarmi. Equilibrio che non c’è.

Aspetto un racconto che tarda ad arrivare… non mi scrive. Quella sera io non ho avuto conoscenza del suo ultimo pezzo di vita. La comunicazione si interrompe, forse a causa del mal tempo e io resto da sola con i miei pensieri. Ho come la sensazione che qualcosa di questa storia mi sia penetrato nelle viscere, non riesco a non pensarci. Tento di fare altro, per distogliere la mia mente da lei e dalla sua storia, ma è più forte di me. Sento dentro come un fiume in piena, smanioso di rompere gli argini e allora decido di provare a scrivere. Il tentativo è di mettere insieme quei pochi tasselli che tanto accuratamente mi ha dettagliato. La cerco nelle mie parole e la ritrovo con i suoi pezzi di vita, ma il mio puzzle non riesce a prendere forma. Smetto di scrivere, ho bisogno di una boccata d’aria. Esco a fare una passeggiata e l’aria fresca sul viso mi rimette al mondo e tento di far scendere la tensione che continuo ad accumulare sulle spalle. Frugo nella borsa alla ricerca del mio tabacco e mi capita tra le mani un portachiavi con l’immagine di Padre Pio. Sta lì da diverso tempo, l’avevo dimenticato. Sorrido e mi rendo conto che il pensiero di quei posti, di quella gente, non è storia che potrò archiviare ancora per molto tempo. Giocherello con quel portachiavi e penso a colui che me l’ha regalato. Una mattina, durante il mio primo viaggio, nonno Italo mi aveva fatto quel dono. La mia mente torna a quei giorni e penso alle parole di Livia e al suo modo di concepire la vita, ogni momento diventa per lei un “pezzo di vita”. Già, un pezzo accanto all’altro, che crea l’esistenza, che non ne determina la sopravvivenza, probabilmente. Poi penso a me, io e i miei tanti pezzi di vita, o io e la mia mezza vita? Non so cosa sia peggio, allora scrollo le spalle e faccio un ultimo tiro della sigaretta che si è fumato il vento nel frattempo. Il freddo mi desta dai miei pensieri, tiro su il cappuccio della felpa e me ne ritorno verso casa. Mentre i giorni tracciavano un tempo trascorso dal mio viaggio, decisi che dovevo ritornare in quei posti. Continuavo a non affrontare i miei problemi, rimandavo quella decisione e questo sembrava concedermi tempo, per dedicarmi a quello che avevo lasciato in quella terra.

Glu glu glu

 

 

Quel viaggio iniziò alle prime ore dell’alba. Arrivai in aeroporto con un po’ di anticipo sull’orario d’imbarco. Passai in libreria e decisi di comprare un libro che non era uscito da molto e si trovava addirittura con la copertina di diversi colori. Un bestseller, annunciavano le librerie. Avevo necessità di un caffè rigorosamente amaro, ero sveglia già da diverse ore e quel liquido nero avrebbe agito come vaso costrittore, per impedire al mio mal di testa di divenire più forte. Ero in uno di quei bar che si trovano all’interno degli aeroporti e, mentre aspettavo il mio caffè, mi osservavo intorno rapita da tutte quelle persone che, a quell’ora, come me aspettavano un aereo. Mi incuriosì tutto questo e provai a immaginare quella gente, qualcuno di corsa, qualcuno più tranquillo, dove potessero essere diretti o cosa o chi li avrebbe attesi nell’aeroporto di arrivo.

“Ecco il suo caffè signora.”

La voce del barista mi riportò in quel luogo.

“Grazie mille.”

Risposi.

Dovetti spostarmi di qualche centimetro, per fare spazio a una donna. Il modo frettoloso con cui si muoveva destò la mia curiosità. Sembrava in preda a una psicosi. Non mi sembrò di udire la sua voce, era il suo corpo a parlare. Le vennero serviti un caffè e una spremuta. Mi sembrava quasi di sentire quei liquidi scenderle giù per la gola. Glu glu glu glu fece la spremuta e non pare neanche prendere aria mentre, frettolosamente, effettua quest’azione. Non sembra dare tempo alla sua bocca di abituarsi al sapore di quelle arance, che di nuovo lo sento quel rumore… glu glu glu glu e giù l’espresso.

Se avessi avuto la certezza che quella donna capisse la mia lingua, le avrei chiesto se avesse mandato giù un treno o un caffè, perché a me l’effetto era sembrato uguale. Sorrisi da sola della mia battuta e mi convinsi del fatto che a quell’ora del mattino è una grande pretesa trovare qualcuno normale. Presi posto sulle scomodissime sedie dell’aeroporto e lo feci di fronte al mio imbarco. Mi immersi così tanto in quel bestseller che mi cambiarono gate e me ne accorsi solo pochi minuti prima della chiusura. Non persi l’aereo. Non vedevo l’ora che quell’aereo potesse atterrare, le orecchie mi scoppiavano e mi sarei volentieri fatta piccola piccola, per nascondermi nella valigia posta all’interno delle cappelliere sopra di me. Mi era toccato il posto al centro. Ero finita in mezzo a due spagnoli che di cose da dire ne avevano e tutte contro l’Italia. L’Italia posto di gente maleducata. Io intanto, tra uno scoppio e l’altro d’orecchio, continuavo a impicciarmi delle loro chiacchiere, tanto da attirare l’attenzione di lui, che mi disse:

“Caramela?”

Pensai di essere stata beccata mentre delicatamente prestavo il mio orecchio alle loro critiche.

“Ehm, no grazias.”

Risposi, sfoderando il mio spagnolo autenticamente calabro-romano! Finalmente sentii le ruote dell’aereo toccare il suolo della pista e le mie orecchie fecero un applauso interminabile a quel pilota, che mi aveva miracolosamente portato in salvo. Presi la valigia e mi incamminai verso l’uscita, dovetti togliermi la sciarpa intorno al collo e tirarmi su le maniche della camicia. Avevo la necessitá di respirare intensamente. Avevo necessitá di scrollarmi di dosso la tensione di quelle ore. Usciì da quelle porte che ti separano dalla ripresa della vita, quando un viaggio ti porta a destinazione. Vidi subito Livia, ma lei non si accorse di me. Le girai intorno e notai che, mentre si guardava in giro, picchierellava le dita sul suo telefono. Suppongo fosse un po’ nervosa. La chiamai sul cellulare e intanto mi divertivo a vederla allontanarsi nella mia ricerca.

“Livia ma dove sei?”

“Viola ma tu piuttosto, dove sei finita?”

“Sono qui, vicino all’uscita.”

“Ma dove? Non ti vedo!”

Invece mi vide e sfoderò il piú bello dei suoi sorrisi. Mi venne incontro e la stritolai in un abbraccio. Un piccolo aereoporto, tutto magnificamente a portata di mano, anche una panchina smaniosa di accogliere il mio corpo teso e stanco. Una fila di taxi, sembrava quasi volessero inscenare una lotta per aggiudicarsi una corsa vincente.

“No grazie, aspetto l’autobus.”

Risposi a uno di quei lottatori.

Mentre tentavo di ricomporre il mio essere, massaggiandomi le tempie e godendomi il calore di quel sole, ecco che si avvicina una donna un po’ vecchina. Spingeva faticosamente la sua casa su un carrello. Ci si avvicinò e, in una maniera assolutamente incomprensibile, ci chiese aiuto. Tentava di pronunciare un “avá avá”. Per lo meno credetti di aver compreso quelle parole. Livia, che stava al mio fianco, mi guardò piuttosto perplessa. La donna aveva in mano un’arancia e allora mi parve di capire che dovevo sbucciarle quell’arancia. In effetti le sue mani non sembravano piú predisposte a quell’azione. Sotto gli occhi increduli dei passanti e dei tanti tassisti, che intanto avevano bloccato la gara per assistere a questa scena, cominciai a sbucciare quel frutto. Feci non poca fatica perché in fondo le mie mani, dopo il viaggio, erano sporche, forse non meno di quelle della signora. In qualche modo non volevo che mangiasse una cosa sporca, nonostante avessi la piena convinzione che ci fosse abituata e chissà da quanto tempo. La vecchina mi ringraziò offrendomi metà di quello che forse era il suo pranzo. La lasciammo mangiare in pace e andammo a cercare un bagno. Avevo le mani impiastricciate e imbevute d’arancia e necessitavo di un po’ d’acqua. Ero tornata in quella terra, smaniosa di conoscere e sapere. Non avevo ancora le idee molto chiare sul da farsi e su come gestire tutto quel materiale, ma sapevo che qualcosa dovevo fare.

…to be continued…

Jojò

 

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