leggendo… Funambola

Pubblicato: 14 gennaio 2016 in Senza categoria

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Caffè nero bollente

 

Mi sveglio e mi adagio sulla tavola apparecchiata dalla sera prima, gocce di succo di melograno ne segnano il passaggio, briciole di tabacco. La tensione che sento sulle spalle proprio non ce la fa ad andare via. Mi adagio e comincio a sorseggiare una tazza di caffè nero bollente e in bocca si fa spazio il sapore pesante di questa miscela, nera come il buco che ho in testa.

La casa ha i segni di un viaggio appena terminato.

Io ho i segni di chi pare che quel viaggio lo abbia fatto a piedi scalzi.

Eppure di giorni ne erano passati diversi. Un disordine che, per la prima volta, riesce quasi ad innervosirmi. Decido di provare a mettere in ordine. Sposto di qualche centimetro la tazza del mio caffè, appallottolo degli scontrini poggiati sulla tavola e li lancio, in un mancato canestro, nel cestino poco distante da me. Il mio è un chiaro tentativo fallito e allora provo ad iniziare dalla valigia e quando tento di aprirla faccio non poca fatica nell’intento. Sembro una scassinatrice che prova ad aprire una cassa con chissà quale tesoro, invece quella valigia nasconde solo un mucchio di vestiti sporchi e il mio quaderno di viaggio. Riesco nell’impresa di spalancarla. Il mio sguardo si posa su quel taccuino giallo e riesco solo a interessarmi al suo contenuto.

Improvvisamente non esiste più disordine capace di innervosirmi. La tensione sulle mie spalle svanisce e quasi nemmeno me ne accorgo. Era forse a quel quaderno che evitavo di arrivare da quando lo avevo gelosamente custodito in quella valigia. Dal mio ritorno avevo consapevolmente evitato di aprire quella borsa, nonostante fosse chiaro che i vestiti non potevano rimanere sigillati là dentro per sempre. Tutto sembrava diventare più chiaro. Ce l’ho in mano e le mie sono le movenze di chi crede di avere qualcosa di esplosivo da maneggiare. Scivolo vicino al letto e rimango con lo sguardo fisso su quella copertina. Si spegne il mio cervello e smetto di pensare. Lentamente mi immergo nella lettura di quelle pagine, di quei dialoghi.

 Puppi e lampare

 

Quando ho conosciuto Livia mi trovavo nella sua isola. Facevo uno di quei viaggi che si fanno quando senti la necessitá di ritrovarti, perché qualcosa di negativo ti ha destabilizzato o quando fai a botte con certi conflitti e sai che, se mai li affronterai, nessun viaggio potrà essere il viaggio di chi dice: «parto per ritrovarmi».

Io ho comunque trovato qualcosa o, molto più, ho trovato qualcuno, ho trovato Livia. Vagavo per una vecchia tonnara con gli occhi sul panorama e la mente sui miei perché. Facevo delle foto al mare e non mi curavo di quello che avevo intorno. Non lo feci fino al punto di investire io una ragazza in bicicletta.

Questo fu il mio incontro-scontro con Livia.

“Scusami non ti avevo visto!”

“Eh, me ne ero accorta…”

“Ti sei fatta male?”

“No, la mia bici forse un po’!”

“Perdonami!”

Mi fece un effetto strano quella ragazza, minuta com’era sembrava buffa su quella bici così grande. Le feci un sorriso imbarazzato e mi scusai una decina di volte, quasi come se Livia non avesse orecchie per sentirmi.

“Ho capito, tranquilla, è tutto ok. Non sei di queste zone?” Incalzò Livia, distogliendomi finalmente dall’ imbarazzo di quello scontro.

“No, diciamo che sono in vacanza.”

“E dove sono gli altri vacanzieri?” Continuò lei.

“Non ce ne sono!”

Mi guardò tra il perplesso e il tenero. Mi fece ripiombare nell’ imbarazzo. Ma poi chissà perché c’è tanta gente che trova strano che si possa andare in vacanza da soli.  Ritornai a lei e le chiesi anch’io se stava lì per una vacanza.

“Oh no no, io vivo da queste parti.”

“Bello davvero questo posto. Comunque io sono Viola.”

“Piacere, Livia.”

Notai con piacere la forza con cui mi strinse la mano e sorrisi, forse come un ebete e mi accorsi della sua faccia.

“Ok, allora ciao Livia e scusami ancora.”

“Ma figurati, è tutto ok. Ciao.”

Qualcosa mi spinse a non concludere in quel modo quella conoscenza e allora mi rigirai e la richiamai.

“Livia…”

“Dimmi…”

“Pensavo, se non hai da fare ti andrebbe di accompagnarmi a fare un po’ di foto in qualche posto carino? Di sicuro ne conosci qualcuno più di me.”

Io, che di solito mi pongo con estrema timidezza nei confronti degli estranei, avevo appena chiesto a un’estranea di farmi da cicerone. Wow, mi stupii di me stessa e sperai di non essere stata etichettata come una turista folle. La risposta di Livia, invece, fu sorprendente e non sembrò prendermi per matta.

“Va bene, con molto piacere. Ma vieni a piedi o ti porto sulla bici?”

“Oh no no, che ne dici se ci muoviamo entrambe a piedi?”

“Ok ok, credo sia la cosa migliore.”

Ero partita con l’intento di fare una volta per tutte chiarezza su ciò che per anni mi aveva profondamente turbato. Avevo, fino a quel momento, omesso una parte importante di me a persone importanti della mia vita. Rimandare fino a quel momento mi era sembrata la cosa più giusta e più indolore per tutti. Ma il tempo prima o poi delle risposte te le chiede e io avevo pensato che allontanarmi un po’ dalla mia città mi avrebbe potuto aiutare a capire in quale modo avrei potuto affrontare la cosa. La solitudine però durò molto poco.

“Livia intanto, per farmi perdonare, che ne dici se ti offro un caffè?”

“Volentieri, ma ti porto io in un bar che lo fa davvero buono.”

Ci incamminammo lungo quella tonnara, Livia spingeva a mano la sua bici e io le stavo di fianco, attenta alle spiegazioni che mi faceva di quei luoghi. Sembrava una vera guida turistica.

Arrivammo in un bar, molto piccolo e dall’aspetto parecchio retrò. Sul davanti c’erano non più di tre tavoli, con sopra degli ombrelloni rossi, quelli che di solito portano sopra il nome di una marca di gelati. Due signori anziani, seduti all’ombra di quegli ombrelloni, giocavano forse a scopa.

“Gaetano buongiorno!”

“Buongiorno Livia! Cumu sta tu nonnu?”

“Nonostante tutto, dai diciamo che sta bene… Gaetà ci fai due caffè?”

“Cettamente gioia!”

Ci accomodammo fuori, all’unico tavolo libero e bevemmo un caffè dal gusto decisamente forte.

“Allora Viola, che ci fai da queste parti tutta sola?”

Livia proruppe in un modo che mi lasciò poco tempo per riflettere sulla risposta.

“Che ci faccio da queste parti? Avete un così grande patrimonio culturale che meritava assolutamente una mia visita. E poi, sai, amo viaggiare in solitudine, mi rilassa.”

Me la cavai in questo modo davanti a quella ragazza, non avevo voglia di raccontare quanto la mia mente fosse incasinata e quanto quel viaggio rappresentasse per me un modo come un altro per scappare ancora una volta. Magari stavolta trovando il modo di affrontare i miei conflitti interiori. Lei, dal canto suo, sembrò accogliere in maniera molto discreta la mia risposta. Gliene fui grata. Iniziò così la nostra amicizia. Livia mi portava in posti molto belli, come le saline, dove poco tempo prima aveva vissuto per qualche giorno un fenicottero rosa. Mi raccontava di quei giorni con un entusiasmo capace di trasportarmi davvero in un’altra dimensione. Mi raccontò anche della passione di suo padre per la fotografia e delle foto che aveva fatto a quel fenicottero. Il nostro rapporto iniziò un po’ così, visitavamo dei posti e lei mi raccontava di ognuno dei luoghi in cui mi portava e di come, in qualche modo, qualcosa la tenesse legata a tutto ciò. Visitammo un paesino magico. Rimasi stupita e affascinata da come quelle vecchie case si affacciassero sul mare. Mi chiedevo come tutto ció potesse resistere alle intemperie della natura, ad un semplice mare mosso. Eppure quelle case erano lì, provate dal tempo, ma dritte e fiere di tanta collocazione. Il gioco di luci che riflettevano nell’acqua sembrava magico. Ero estasiata da tutto questo ed ogni scatto non mi sembrava mai dare la giusta forma e colore a quello che realmente i miei occhi potevano ammirare. Eravamo lì, su una terrazza e Livia mi spiegava cosa c’era nell’ orizzonte. Era ormai scesa la sera e in acqua c’era una barchetta e allora mi spiegò cosa stesse facendo quel tipo.

“Vedi quella barca? Pesca polipi con la lampara, quella grossa luce puntata verso il fondale. Devi sapere che i ‘puppi’ sono attratti dalla luce delle cose chiare.”

Mi fece questo racconto tutto di un fiato. Trovavo speciale il modo in cui lo faceva. Era così Livia, una donna carica di passione ed entusiasmo e lo si notava in ogni cosa che faceva e che diceva. Ne conosceva di posti magici, quella terra ricca di storia era per me un pozzo senza fondo. Mi raccontò della passione e dell’amore per il mare. Una passione, diceva, che le arrivava tutta dal suo papà: l’uomo del mare. Mi mostrò alcune sue foto e scoprii di come l’amore per la fotografia e quello per il mare si mescolassero tanto, da diventare una cosa sola. Era chiaro che quel padre rappresentava per Livia tanto, più di quanto io riuscissi a immaginare. I suoi occhi si velavano di malinconia quando mi parlava di lui, ma, nonostante tutto, riusciva ad infilarlo in ogni discorso, tanto era grande la sua voglia di tenerlo presente.

“Mi sarebbe piaciuto conoscerlo”.

Le dissi una sera, mentre fumavamo una sigaretta.

“Ti sarebbe piaciuto davvero tanto.”

Il nostro rapporto sembrava non badare al tempo, mi sembrava di conoscerla da sempre. Intanto il mio viaggio aveva assunto tutto un altro sapore. Mi sentivo rilassata e quello che stavo vivendo mi teneva lontana dai miei pensieri più opachi, riuscivo quasi a sentirmi più leggera. Avevo incontrato una persona che, in qualche modo, con la sua storia mi aveva catturato così tanto che pensare ai miei problemi, in quei giorni, mi risultava quasi come una perdita di tempo. Non credo di aver mai avvertito così tanto lo scorrere del tempo come in quel periodo. Livia era un po’ come quella terra, così bella e piena di tanto fascino. Ammiravo quella donna, la sua forza, il suo coraggio e tutto questo lo provai ancora più intensamente quando mi parlò di Edo. All’ inizio rimasi stupita nel pensare mamma di un bimbo di dieci anni una così giovane donna. Mi disse che le avrebbe fatto piacere presentarmelo e io accettai con entusiasmo. Ci ritrovammo a pranzare tutti insieme, non ricordo cosa mangiammo di preciso, mentre ricordo molto bene il mio imbarazzo nel portare la forchetta alla bocca. Mi sentivo scrutata e osservata da quel bimbetto, che mi vedeva per la prima volta. Guardavo Livia nelle vesti di mamma e la trovai calzante in quel ruolo. Mi divertivo ad osservarli e trovavo infinitamente tenero quando lei lo rimproverava perché Edo si rifiutava di portare fuori il cane; le bastava uno sguardo e quel bimbetto fingeva subito un mal di pancia, che la mamma smascherava sempre, dopo pochissimo. Era evidente come nel tempo il loro amore avesse riempito tutte le mancanze del contorno.

Mi sembravano la prova evidente di come l’amore a volte possa diventare la cura di certi mali.

 

A giovedì.. jojò

 

 

 

 

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commenti
  1. … mi hai trasportata con te … magnifico … leggerti è bellissimo!

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